“Stalinista”, “Dimettiti”, “Al voto al voto”: Berlusconi e Fini, un rimpiattino di legislatura

Pubblicato il 7 Settembre 2010 10:03 | Ultimo aggiornamento: 7 Settembre 2010 10:23

Gianfranco Fini

E’ una guerra di posizione, logorante, da trincea: ma tra Fini e Berlusconi ci troviamo nella classica posizione di stallo. Da entrambi gli schieramenti si menano fendenti un po’ a casaccio, l’impressione è che al momento le munizioni a disposizione siano scarse, l’arma risolutiva del conflitto per ora latita e si procede a strappi controllati. La reazione al discorso di Mirabello era prevedibile, Berlusconi è livido dalla rabbia, Bossi sprezzante, ma più di quello al momento non possono e non gli resta che passare la palla a Napolitano. Fini, domenica, ha dato fondo a tutta la sua vis retorica, ha spronato il suo popolo, ha ritrovato l’orgoglio di far politica fuori dalla gabbia del Pdl: ma alla fine anche lui ha passato il cerino, come si dice in questi casi. Di proposte ultimative, di decisioni irreversibili (nel caso di Fini “irrevocabili”?) nemmeno l’ombra. Si tira forte la corda ben attenti a non essere i primi a finire nell’acqua.

Fini si deve dimettere, dunque, secondo Bossi e Berlusconi. La richiesta è ovviamente irricevibile per i finiani. E non è difficile trovare argomentazioni fondate per uno dei nuovi colonnelli di Fini, Carmelo Briguglio. Andare dal presidente della Repubblica per chiedere il ”licenziamento” del presidente della Camera è ”una richiesta che può essere liberamente avanzata sul piano politico, ma è grave perchè non ha nessun fondamento nè nella Costituzione, nè nei regolamenti parlamentari, nè ancor meno nel buonsenso”. Tranne il buon senso, che è abbstanza relativo, Briguglio non va lontano dalla verità.

Anche rispetto all’accusa che il presidente della Camera non possieda più un profilo super partes c’è la pronta replica di Bocchino: “A Berlusconi e Bossi va ricordato che furono proprio loro a inaugurare nel 1994 la stagione dei presidenti delle Camere di parte, che fino ad allora erano sempre stati concordati con l’opposizione o addirittura assegnati alla minoranza nell’ottica di favorire la nascita di un contrappeso parlamentare. Tale prassi fu modificata quando Berlusconi e Bossi indicarono Carlo Scognamiglio e Irene Pivetti ai vertici di Palazzo Madama e Palazzo Montecitorio”.

“Successivamente sempre Berlusconi e Bossi – ribadisce Bocchino – hanno inaugurato nel 2001 la stagione dei presidenti di Parlamento leader di partito, eleggendo Pierferdinando Casini allo scranno più alto di Montecitorio. Tale innovazione si è poi consolidata con l’elezione di Fausto Bertinotti prima e di Gianfranco Fini poi”. Da qui le controaccuse alla richiesta del premier giudicata strumentale, lesiva delle prerogative costituzionali.

A questo punto, più che le schermaglie dei leader, roboanti e magniloquenti a parole, abbastanza sterili nei fatti, sarà il Parlamento, com’è giusto, a dirci se una maggioranza c’è ancora. Napolitano vaglierà, prima di qualsiasi passo istituzionale, solo ciò che sarà emerso in aula. E potremmo anche accorgersi che chi ogni giorno alza il megafono per gridare “al voto al voto”, di notte ricuce paziente gli strappi diurni. Penelope al contrario, si direbbe.

Perchè, non va dimenticato, la partita più importante per il Paese si gioca sui mercati internazionali e c’è già chi ha scommesso su una prossima crisi. E non sono Bossi e Berlusconi, che le elezioni le chiedono a gran voce proprio perchè non dipendono da loro. Loro vogliono solo far saltare Fini: è una priorità diversa. Per adesso il patto di legislatura è un laghetto d’acqua magari un po’ malmostosa ma sufficiente per galleggiare.