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La maggioranza non c’è più, cosa farà Berlusconi? Può fare le elezioni anticipate, ora che Fini è debole? Bossi lo permetterà

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Silvio Berlusconi

Cosa farà adesso Berlusconi? Andrà da Napolitano per chiedere lo scioglimento delle Camere e tornare alle urne? Ammetterà la crisi della maggioranza correndo il rischio che il capo dello Stato ricorra a un governo tecnico? Riuscirà ad allargare la maggioranza con l’acquisto di nuove forze ma senza pagare il prezzo chiesto da Casini, passare per una crisi formale?

La votazione sulla mozione di sfiducia nei confronti di Giacomo Caliendo ha fornito un verdetto impietoso per la maggioranza: senza i finiani, quella stessa maggioranza non esiste più, almeno alla Camera. Basta leggere i numeri: i voti di Pdl e Lega, a favore del sottosegretario (indagato nell’ambito dell’inchiesta sulla “cricca P3”), sono stati 299. Per avere la maggioranza parlamentare ne servono 316. Anche contando gli assenti, l’attuale maggioranza (o sarebbe più corretto dire ex maggioranza) non sarebbe andata oltre quota 309. A Montecitorio Caliendo si è salvato solo grazie all’astensione di Futuro e Libertà, Udc e Alleanza per l’Italia. Quali sono dunque gli scenari che si aprono in una situazione del genere?

Berlusconi ha preso atto della crisi politica che affligge il governo e i suoi, ma l’orgoglio e la testardaggine gli impediscono di ammettere che allo stato attuale delle cose il governo rischia di andare sotto ad ogni votazione.Il premier, durante la cena con i deputati del Pdl e gran parte dei ministri, ha ammesso più volte che la soluzione più probabile sono le elezioni anticipate: “Un altro incidente così e si va al voto”.

Ma Berlusconi sa anche che andare al voto non è così semplice, perché prima di questo Napolitano dovrebbe esplorare le possibilità di un altro governo e sono alti i rischi che questo governo trovi una maggioranza alternativa a quella guidata da Berlusconi. Inoltre Bossi non vuole le elezioni subito, perché dovrebbe presentarsi ai suoi padani col carniere mezzo vuoto, cioè senza avere portato a casa l’obiettivo strategico ventennale della Lega, il federalismo.

Così per l’Italia si prospetta un periodo più o meno lungo di crisi non proclamata, con Berlusconi cucinato a fuoco lento dai suoi avversari, con gli astenuti di ieri che di volta in volta possono decidere se votargli contro o a favore o astenersi ancora. Tutto questo non è un gran bene per il paese, anche se Tremonti garantisce che nulla cambierà, qualsiasi cosa succeda.

L’idea di un rimpasto non sfiora nemmeno Berlusconi, ed è questo che lo differenzia dai leader democristiani e socialisti della Prima Repubblica: come ha scritto su Blitz Quotidiano Giuseppe Giulietti “Andreotti o Craxi avrebbero preso atto del risultato e avrebbe tentato una mediazione politica, una ricomposizione, una trattativa e magari avrebbero proposto un rimpasto”.

Berlusconi invece preferisce minacciare il ritorno alle urne, che rappresentano una sorta di “ricatto” nei confronti dei suoi nemici: il premier sa che in questo momento Fini e i suoi sono ancora “deboli” dal punto di vista elettorale. E’ vero che alcuni sondaggi li accreditano tra il 7 e il 12% (l’ultimo realizzato dall’istituto Crespi parla dell’8%), ma in realtà la forza elettorale di Futuro e Libertà sarebbe inferiore e  molto dipenderebbe dalle alleanze che eventualmente Fini stringerà (Casini? Rutelli? Una parte del Pd?).

Andare alle elezioni in autunno non conviene a Fini e questo lo sa, per questo ha deciso di astenersi nella votazione su Caliendo: meglio prendere le distanze in maniera “morbida” dal governo (quindi non votare insieme con la maggioranza ma consentirgli comunque di “vincere”) piuttosto che andare ad uno scontro frontale che avrebbe come unica conseguenza quella di tornare a votare.

Quella del governo tecnico sarebbe anche la soluzione preferita da Napolitano: il presidente della Repubblica potrebbe affidare il nuovo esecutivo a personalità “neutre” come ad esempio il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. In questo modo Napolitano sa che non verrebbe intaccata la propria posizione, in vista di un eventuale rinnovo del mandato presidenziale: un’eventuale vittoria elettorale di Berlusconi e della Lega potrebbe spianare la strada alla riforma in chiave presidenziale che porterebbe Berlusconi dritto dritto al Quirinale.

Nel frattempo, Berlusconi si è preso una “pausa di riflessione” di 15 giorni: ufficialmente queste due settimane serviranno alla riorganizzazione del partito, verosimilmente saranno utili a formulare una “strategia” in vista del possibile voto. Resterebbe a questo punto da decidere la data per andare alle urne: negli ambienti di Palazzo Chigi si parla di novembre, ma non è ancora esclusa l’ipotesi di rimandare il tutto in primavera. Questa sarebbe la soluzione preferita anche dalla Lega, che spera nel frattempo possa passare la legge sul federalismo.

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