Berlusconi non “accetta lezioni”, ma non sforna riforme…

Pubblicato il 24 ottobre 2011 20:59 | Ultimo aggiornamento: 24 ottobre 2011 21:19
Nicolas Sarkozy Angela Merkel  Silvio Berlusconi

Berlusconi con la Merkel e Sarkozy (Lapresse)

ROMA – “Non accettiamo lezioni da nessuno”: quando Silvio Berlusconi ha capito che una lunga giornata, cominciata con un incontro interlocutorio con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non avrebbe portato i frutti sperati, si è calato nella parte dello studente impreparato che sentendo odor di bocciatura prova a ribaltare il tavolo in faccia alla “commissione d’esame”: Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, José Manuel Barroso, Herman Van Rompuy…

E’ il Berlusconi delle 18, il pugile che tenta di uscire dall’angolo menando a destra e a sinistra: “Nessuno nell’Unione può autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner”. Soprattutto se il partner è l’Italia “terza economia europea”, “straordinario paese fondatore che tiene cara la cooperazione sovranazionale almeno quanto la sua orgogliosa indipendenza”. E dopo richiami all’Italian pride, Berlusconi ha piazzato una stoccatina agli oppositori interni: “D’altra parte l’insieme della classe dirigente italiana, se vuol essere considerata tale, invece che un coro di demagoghi, dovrebbe unirsi nello sforzo dello sviluppo e delle necessarie riforme strutturali sulle quali il governo ha preso e sta per prendere nuove decisioni di grande importanza”.

Nuove decisioni di cui il premier si è guardato bene dall’accennare nulla, vista la faticosa contrattazione che dopo incontri con Gianni Letta, vertici con Giulio Tremonti e Umberto Bossi e altri colonnelli leghisti, un consiglio dei ministri rinviato, poi dilatato ma alla fine inconcludente, sembra portare a un’altra umiliante “incompiuta” del governo Berlusconi quater.

I dispacci d’agenzia hanno dato poco esaltanti notizie di un decreto sviluppo articolato in dodici condoni e privo di ogni riferimento all’abolizione delle pensioni d’anzianità. Il governo ha smentito la presenza dei 12 condoni, ma non l’assenza delle pensioni: la “portata” principale del menù del lunedì, l’amaro calice che i leghisti si ostinano a non bere, neanche dopo che il provvedimento è stato riproposto loro, edulcorato, come una reintroduzione dello “scalone Maroni”, riforma datata 2005 dell’allora ministro del Lavoro che innalzava da 57 a 60 anni l’età minima per richiedere la pensione di anzianità.

A peggiorare le cose l’Europa ha fatto sapere che la sola riforma delle pensioni non basta. Il portavoce del commissario europeo agli affari economici ha chiesto all’Italia: “Un’agenda di riforme completa con un calendario chiaro, tutti i partner europei devono essere convinti dal suo impegno”. Tradotto: Berlusconi, non pensi di presentarsi mercoledì con la sola abolizione delle pensioni di anzianità sottomano. Sempre che nella Lega l’istinto di conservazione prevalga sulla voglia di concedere un bis dello “strappo” del 1994, che quindi il premier resti ancora in sella e non sia invece il “secchione” Gianni Letta, alla guida di un governo tecnico, a presentarsi alla “commissione” a dare l’esame al posto del suo amico che non aveva fatto i compiti.