Berlusconi preoccupato da Tremonti demagogo in tv fa dire al Palazzo: il capo sono me

Pubblicato il 4 Giugno 2010 9:01 | Ultimo aggiornamento: 4 Giugno 2010 9:01

Berlusconi (a destra) e Tremonti

Le parole sono banali e di corcostanza, ma sono il segnale d’allarme che Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, sta studiando da primo ministro. Durante una trasmissione in tv giovedì sera ha detto: “I dati sull’ occupazione ci vedono meno della media europea ma quella disoccupazione giovanile è una tragedia latente del nostro paese che la crisi ha accentuato”.

Poi un guizzo di demagogia la più bieca: “Bisogna pensare fuori dai comizi cosa fare, ad esempio come dare la possibilità ai giovani di aprire imprese. Penso che possiamo fare moltissimo su questo”. Parole abbastanza a vanvera, visto che la maggior parte dei giovani che almeno in apparenza non hanno lavoro non aspirano a diventare imprenditori, cosa peraltro estremamente onerosa e rischiosa, a meno di non pensare a imprese individuali di imbianchini, idraulici e elettricisti, ma vogliono un posto fisso e garantito, come gli è stato fatto credere per anni essere un loro diritto.

Poi Tremonti, che nella vita, prima di diventare ministro, ha fatto il commercialista, cioè colui che aiuta i ricchi a “ottimizzare” la pressione fiscale, ha alzato il tiro, dicendo: l’evasione “è un problema sociale storico profondo”. Per questo, ha spiegato Tremonti, la filosofia della manovra è stata quella di “ridurre la spesa pubblica perché lo Stato non è un bancomat e, poiché le tasse in Italia sono già altissime, bisogna colpire l’evasione fiscale”.

Secondo Tremonti, l’evasione “da noi è già scesa abbastanza ma non basta: per questo bisogna fare scendere in campo i comuni, introdurre la vera tracciabilità che non è quella dei soldi ma delle fatture, e poi fare altre cose: come per chi ha speso cento non può dichiarare cinquanta e se lo fa lo deve spiegare”.

Sono cose già sentite, dette e ridette un po’ da tutti, evasori in testa, ormai gli italiani quando sentono dire queste cose alzano le spalle e cambiano canale. L’aspetto interessante è invece l’appello demagogico che contengono: il ministro tecnico per eccellenza alza lo sguardo, strizza l’occhio al grande popolo e conferma ancor più l’impressione che Tremonti cerchi di posizionarsi nella corsa (o maratona) che prima o poi, o per elezione di Silvio Berlusconi alla suprema carica di Presidente della Repubblica o per intervento divino, lascerà palazzo Chigi.

Non a caso, nelle stesse ore in cui Tremonti si preparava alla trasmissione, Berlusconi, senza parlare pubblicamente ma con una nota ufficiale di palazzo Chigi si è preoccupato di mettere a tacere le voci sugli scontri e la tensioni con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti riportate in questi giorni da diversi quotidiani. Si tratta di un segnale preoccupante, perché se Berlusconi è arrivato a tanto vuole dire che sente il morso di Tremonti alle caviglia.

Tremonti era finito nel mirino delle polemiche perché, stando alle indiscrezioni che si rincorrevano nella maggioranza, Berlusconi non avrebbe gradito l’eccessivo protagonismo e la gestione in solitudine della Finanziaria. Una irritazione, quella di Berlusconi nei confronti del ministro dell’Economia, raccontata nel dettaglio dal quotidiano Libero e mai smentita.

Il comunicato è lungo una ventina di righe, diviso in tre punti, in cui si sottolinea come il premier ed il titolare del Tesoro siano legati “da una leale e antica amicizia personale” e che “insieme continueranno a lavorare” nell’interesse del governo.

Nel testo però, oltre a ricordare “l’amicizia” tra il presidente del Consiglio e Tremonti, si sottolinea come la manovra economica “sia la cosa giusta da fare nell’interesse dell’Italia”, ma soprattutto “nell’ambito di una grave crisi economica, la più grave dal 1929”. Una difesa della finanziaria che vuole essere anche un avvertimento alla stessa maggioranza dove non mancano i mal di pancia per i contenuti del decreto.

La nota segue, riferiscono le cronache di Palazzo, un ulteriore chiarimento arrivato dopo una telefonata con il ministro del Tesoro. Nel corso del colloquio il titolare dell’Economia non avrebbe nascosto il disappunto per quanto riportato dai giornali facendo presente a Berlusconi tutti gli sforzi fatti per mettere a punto una manovra rigorosa, così come chiesto dall’Europa e tenendo conto dello stato delle finanze pubbliche.

Berlusconi, riferiscono i portavoce dietro gli angoli dei corridoi, ha riconosciuto il lavoro tecnico di Tremonti, però subito dopo Berlusconi avrebbe anche ribadito la necessità di spiegare meglio ai cittadini i contenuti delle misure varate.

Qui è arrivata la mossa di Berlusconi, che, dopo avere fatto fare a Tremonti lo sporco lavoro, ha deciso di mettere il cappello sulla manovra, per non farsi spiazzare agli occhi degli italiani e anche dei capi di Governo stranieri con cui si intrattiene. Il giochetto di buttare su Tremonti il ricasco negativo dei tagli ha funzionato fino a un certo punto, ma poi rischiava di “backfire”, sparare all’indietro, proiettando Tremonti in un ruolo di effettivo capo di Governo che Berlusconi non poteva, è il caso di dirlo, consentire.

Così Berlusconi ha deciso di assumere in prima persona il compito di indorare la pillola nei confronti dell’intero paese e, alla luce dell’esperienza, c’è da giurare che lo farà da maestro. Nella telefonata con Tremonti, Berlusconi avrebbe già fatto l’ipotesi di recarsi in Senato (è dal Senato infatti che deve partire l’iter parlamentare della manovra) per un intervento in Aula a spiegare il senso del provvedimento. Puntualmente, si legge nella nota che il Governo presenterà la manovra al Parlamento “certo del senso di responsabilità” della coalizione che lo sostiene.

Il Parlamento, secondo Berlusconi, ha la possibilità di modificare il testo ma tenendo ben presente i saldi di bilancio ed il rigore dei conti: una volontà, quella di abbassare i toni, che si evidenzia anche nella disponibilità a rivedere alcuni punti del disegno di legge sulle intercettazioni. Un modo per venire incontro alla richiesta di condivisione auspicata dal Quirinale, ma anche per superare le tensioni con i finiani. Una sorta ‘tregua’ che però dovrà superare la prova del Parlamento.