Berlusconi, Putin, gas, Wikileaks: i legami “loschi” e l’identikit “dell’uomo ombra” Valentini

Pubblicato il 8 Dicembre 2010 11:26 | Ultimo aggiornamento: 8 Dicembre 2010 11:26

Chi è Valentino Valentini? Che ruolo ha avuto nello scambio e nella mediazione tra Berlusconi e Putin per la vicenda del gas? Nelle rivelazioni di WikiLeaks Valentini sarebbe la “shadowy figure”, l’uomo ombra indicato dall’ambasciatore Spogli come intermediario d’affari di Silvio Berlusconi in Russia. Allevato da Publitalia, assistente del Cavaliere al parlamento europeo, deputato dal 2001, oggi segretario particolare del premier, Valentini si autodefinisce “consigliere speciale per le relazioni estere e tutor delle imprese italiane in Russia”. Si dice “per la conoscenza del russo”, lingua che però Valentini fino al 2005 non conosce.

Alcuni italiani a Mosca, per dimostrare l’assoluta estraneità del segretario particolare del premier agli interessi della comunità italiana, raccontano a Repubblica come si svolgono le sue visite nella città degli zar. “Valentini sbarca in uno degli aeroporti di Mosca. Lo attende un’auto messa a disposizione da Antonio Fallico. E’ il presidente di Zao Banca Intesa (sussidiaria del gruppo Intesa San Paolo) e cugino di Marcello Dell’Utri o almeno così va dicendo da decenni. Valentini raggiunge l’albergo – il Metropol di fronte al Bolshoi in Teatralny Proiezd – o, in alternativa, direttamente il Cremlino da dove riemerge qualche ora o qualche giorno dopo per ripartire verso l’Italia. Nessuno lo vede. Nessuno lo incontra. Nessuno sa che cosa sia venuto a fare”. Tra quanti non lo sanno, ci sono anche gli americani. L’ambasciatore a Roma, Ronald Spogli, il 26 gennaio 2009, si chiede chi fosse davvero “l’uomo chiave di Berlusconi in Russia, che viaggia senza staff né segreteria diverse volte al mese. Non è chiaro cosa vada a fare a Mosca, ma ci sono pesanti indiscrezioni sul fatto che presidi gli interessi di Berlusconi in Russia”.

Bisogna dunque seguire il filo dei soggiorni moscoviti di Valentini per saperne di più. E’ utile perché s’incontra un altro personaggio chiave degli imperscrutabili rapporti tra l’Italia di Berlusconi e la Russia di Putin: Antonio Fallico, una volta comunista, dal 1974 a Mosca dove lo chiamano “il professore” (ha insegnato Letteratura barocca all’Università di Verona), anch’egli onorato il 21 aprile del 2008 da Putin con l'”Ordine dell’Amicizia dei Popoli”, la più alta decorazione statale russa riservata ai cittadini stranieri. Se Valentini è l’uomo di Berlusconi a Mosca, Fallico è l’uomo di Putin in Italia. Cura gli interessi economici della Russia e quindi soprattutto gli affari energetici che rappresentano il 70% delle esportazioni verso l’Italia.

La Zao Banca Intesa, che Fallico presiede, ha il mandato di advisory della Gazprom, il colosso energetico controllato direttamente dallo Stato, per tutta l’attività italiana, dalla vendita di gas al progetto di metanodotto South Stream. “Il professore” ha rapporti diretti con il Cremlino, con il premierato di Putin, con la presidenza di Dmitri Medvedev. Non è facile però capire a pieno i rapporti tra Berlusconi e Putin, nè capire a fondo la questione del gas. Segreto di Stato sono infatti in Russia gli affari energetici (per chi sgarra c’è la pena di morte). Misteriosi sono gli effettivi proprietari della Centrex Group, società che vende in Europa occidentale il gas russo, la cui catena azionaria finisce in una palazzina di tre piani al 199 di via Arcivescovo Makarios III a Limassol, Cipro, senza una targa né una buca delle lettere. Commercial secret è il prezzo del metano che Eni corrisponde a Gazprom. Segreti i documenti dei giacimenti di Karachaganakh e Kashagan che Eni si rifiuta di esibire anche quando è chiamata a risponderne in tribunale. Impenetrabile è il segreto che protegge gli incontri di Berlusconi e Putin lungo il lago tra le colline di Valdai in Novgorod Oblast o a Punta Lada a Porto Rotondo, in Sardegna.

Gli Usa non credono però ad un’alternativa trasparente che innova la tradizionale politica estera del nostro paese. Dubita che, al fondo della storia, ci siano soltanto gli affari personali di Silvio Berlusconi. L’accusa è gravissima e non è stata provata. Con l’aiuto di qualche persona informata dei fatti e alcuni testimoni diretti degli eventi, si può documentare però qualche coincidenza e più di un’incoerenza che dovrebbero convincere Berlusconi ed Eni a rompere il silenzio e a dare luce alle zone d’ombra.

Ci sono perlomeno tre “casi”, riportati da Repubblica in cui si intravede, tra le opacità, una metamorfosi degli interessi nazionali. Sono “Il biglietto del Cavaliere”, dove si capisce a vantaggio di chi Berlusconi chiede un favore a Putin. La “spartizione della refurtiva”, dove questa volta è Putin a chiedere un “aiutino” a Berlusconi che non rimarrà a mani vuote. “I misteri di Karachaganakh”, dove si scopre che Eni rinuncia a una parte dei suoi profitti, non si sa a vantaggio di chi.

Tra il maggio 2006 e il maggio 2008, il governo di centrosinistra sottoscrive l’accordo che disciplina la fornitura di gas e le future collaborazioni nei giacimenti in Russia (14 novembre 2006); l’impegno per il gasdotto South Stream (23 giugno 2007); la disponibilità a “spogliare” la Yukos dei suoi asset (4 aprile 2007); i contratti per lo sfruttamento del giacimento di Karachaganakh (1 giugno 2007). Una stupefacente inabilità che oggi, col senno del poi, solleva qualche mugugno tra gli uomini del centrosinistra e la sensazione che alcuni risvolti si sarebbero dovuti curare in modo diverso. Meglio. Dice Pier Luigi Bersani, segretario del Pd e allora ministro dello Sviluppo Economico: “Premesso che dall’approvvigionamento del gas russo l’Italia non può prescindere, il governo Prodi adottò la strategia di spostare il quadro degli accordi energetici con la Russia in una dimensione europea. La differenza fondamentale tra il nostro approccio e quello di Berlusconi nei rapporti con Mosca è che noi operavamo sulla base di meccanismi trasparenti, non dei personalismi, delle relazioni particolari o della filosofia tipo ghe pensi mi”.