Approvato il processo breve, sì della Camera per 314 voti. Berlusconi esulta: “Noi compatti”

Pubblicato il 13 Aprile 2011 20:32 | Ultimo aggiornamento: 13 Aprile 2011 21:03

Maria Brambilla e Mara Carfagna (foto lapresse)

ROMA – L’esito della seduta sembrava già scontato a metà pomeriggio, quando è arrivato il primo sì, quello che ha spezzato la lunga maratona alla Camera: passata la prescrizione breve per gli incensurati, quella dell’articolo 3 del testo, passato in serata il disegno di legge in toto sul processo breve. Adesso la parola passa al Senato.

Esulta il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, per una legge che – a detta sua- finalmente mette l’Italia al passo con l’Europa. La maggioranza ha tenuto, ferma a 314 voti, ma ha retto e ha dato prova, a detta del premier, di una reale compattezza: è stata l’opposizione – ha confidato ai suoi – a fare una pessima figura. Tra l’altro – ha proseguito nel ragionamento Berlusconi – i voti in più che ha ottenuto la maggioranza dimostrano che quota 330 è un obiettivo concreto.

L’articolo 3, considerato il ”cuore” del provvedimento perché accorcia i tempi, è passato con 306 sì e 288 no. Poi l’intera manovra ha avuto il consenso di 314 deputati contro 296.

Tutto dunque finisce nel giro di nemmeno un’ora, a caldo, con il sit-in del Popolo viola fuori da Montecitorio che grida vergogna. Una conclusione calda, così come era successo a inizio lavori. In piazza fischi, urla e boati hanno accolto l’esito del voto al grido di “vergogna” e “mafiosi”. Accuse forti per un processo breve che per chi protesta è solo “per salvare Berlusconi” in primis dal processo Mills.

Roberto Giachetti del Pd, durante la mattina, aveva duramente attaccato il presidente Gianfranco Fini definendolo “il peggiore presidente per l’opposizione” per via delle sue decisioni sui tempi a disposizione della minoranza. Subito dopo l’attacco di Giachetti era intervenuto Pier Ferdinando Casini a difesa del presidente della Camera: “Inaccettabile”.

Poi a lavori ripresi l’aula ha respinto a scrutinio segreto una parte di un emendamento dell’Idv al terzo articolo del testo sulla prescrizione breve. Il voto segreto era stato richiesto dal Pd. Il risultato del voto è stato salutato con un boato dai banchi della maggioranza. Con il centrodestra hanno votato, nascosti dalla segretezza del voto, alcuni deputati dell’opposizione. Secondo l’Ansa sarebbero stati una dozzina i deputati dell’opposizione che avrebbero votato contro l’emendamento dell’Idv. Dopo il voto, dai banchi dell’Idv hanno urlato ”libertà, libertà”. Per molti della maggioranza, quella delle opposizioni sul voto segreto, è stata una vera figuraccia, perché sono andate sotto facendo guadagnare punti agli avversari.

Silvio Berlusconi (foto Lapresse)

COSA DICE L’EMENDAMENTO IDV L’emendamento Idv era composto da 13 commi e modificava una decina di articoli del codice di procedura penale. Nella parte che e’ stata esaminata con voto palese si proponeva di modificare il regime delle notificazioni anche per quanto riguarda l’indagato e l’imputato non detenuto o irreperibile. La parte della proposta di modifica valutata con voto segreto riguardava invece l’impugnabilita’ del provvedimento relativo alla competenza. Si diceva, tra l’altro, che le ordinanze o le sentenze che stabiliscono la competenza territoriale sono inappellabili e diventano definitive se contro di loro non viene proposto ricorso per Cassazione entro 15 giorni. Poi, si prevedeva anche che le deposizioni testimoniali assunte dal giudice incompetente non conservavano alcuna validità. In altri commi dell’emendamento si cambiava completamente l’articolo 597 del codice di procedura penale sul giudizio d’appello. ”Era un tentativo – spiega il deputato dell’Idv Federico Palomba, firmatario del testo – di mettere un filtro per il ricorso in Appello e in Cassazione cercando di eliminare anche il ‘ricorso temerario’ per riuscire a contenere davvero i tempi del processo”. ”Era un tentativo di aprire un dialogo con la maggioranza, ma loro non hanno ascoltato – conclude – perché hanno a cuore solo un obiettivo: salvare Berlusconi dai suoi processi. Del resto non gliene importa nulla”.

LA REAZIONE DELL’ANM ”A rimetterci saranno le vittime dei reati, chi ha subito una truffa o una violenza sessuale, i familiari delle vittime di stragi e terremoti”: ad affermarlo è stato il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, parlando del processo breve a margine di uno degli incontri del Festival del giornalismo di Perugia. ”Temiamo effetti – ha sostenuto Palamara – che si riverberanno sulla collettivita’. E’ questo il vero problema”. Secondo il presidente dell’Anm ”il messaggio che si dà è di impunità perché far passare questa norma significa accorciare il tempo entro il quale accertare un reato, l’eventuale responsabilità o l’innocenza e quindi dire: se si delinque si può farla franca”. Secondo Palamara ”al di là delle date dei processi che riguardano singole fattispecie, c’è un problema serio e di fondo che si innesta su questa previsione”. ”Cioè – ha aggiunto – il fatto che in Italia assistiamo a un progressiva riduzione dei termini di accertamento dei reati. Mi riferisco a un esempio su tutti, quello della corruzione. Nel 2005 siamo passati da 15 a dieci anni per l’accertamento. Con la Cirielli il termine massimo è diventato sette anni e mezzo. Adesso sette. Tutto questo significa che si va in senso esattamente contrario con quello che ci dice l’Europa, ma soprattutto si crea una situazione nella quale si giunge di fatto a una situazione veramente difficile da comprendere: che lo Stato non ha più interessa a sapere se una persona è responsabile o meno di un fatto-reato. Questa è una situazione che inciderà al di là del numero dei processi soprattutto su quei reati che hanno una prescrizione già breve in partenza. Il che ha effetti veramente paradossali. Significa infatti per chi ha compiuto una truffa milionaria può avere la possibilità, nel momento in cui il dibattimento è complesso, si avere una pronuncia di assoluzione. Ma soprattutto determinare – ha concluso Palamara – situazioni di palese iniquità tra chi eventualmente ha commesso il reato”.