Berlusconi, Fini, casa Tulliani e la strategia dello pseudo-silenzio

Pubblicato il 9 agosto 2010 12:43 | Ultimo aggiornamento: 9 agosto 2010 12:43

Berlusconi vs Fini

Silvio Berlusconi ha scelto la linea del silenzio, almeno ufficialmente. Sulla vicenda della casa di Montecarlo abitata dal cognato di Fini Giancarlo Tulliani il presidente del Consiglio  non dice nulla. Altra cosa, però, sono i le dichiarazioni di politici e stampa a Berlusconi dichiaratamente vicini e i retroscena (tutti destinati alla rituale smentita targata Bonaiuti) che popolano le pagine dei quotidiani agostani.

Secondo il Corriere della Sera, infatti, dopo il comunicato fiume di Fini, il premier riesce nell’impresa degna di Giano di essere nel contempo “infuriato” e “felice”: infuriato perché il presidente della Camera, invece che dimettersi ha trovato il modo di attaccarlo anche su una questione che avrebbe dovuto metterlo alle corde, felice perché comunque l’operazione “casa di Montecarlo” un danno d’immagine al nemico Fini lo ha creato. “L’avevo detto io che su questa storia ne avremmo viste delle belle” avrebbe detto Berlusconi ai suoi fedelissimi aggiungendo che “è tutto da vedere se questa vicenda si chiuderà qui”.

Al di là dei retroscena ci sono le certezze: anche oggi, lunedì 9 agosto, il quotidiano di famiglia il Giornale non distingue tra la sezione “politica italia” e quella “guerra totale al presidente della Camera”. Sul quotidiano della famiglia Berlusconi, infatti, le prime 9 pagine sono dedicate a Fini e finiani: prima viene la vicenda della casa monegasca, poi i presunti programmi del neonato “Futuro e libertà”. Quali? Eutanasia e unioni gay. Temi che nei Paesi “normali” fanno discutere la società civile e che, solo in Italia, devono diventare di “sinistra” piuttosto che di “destra”, come nella celebre canzone di Giorgio Gaber.

Alcuni giorni fa il deputato del Pdl Giorgio Stracquadanio aveva parlato di “trattamento Boffo” per Fini. Espressione infelice che aveva suscitato commenti imbarazzati anche dentro il Pdl. Ora arrivano le dieci pagine al giorno del quotidiano di Feltri, lo stesso che con lo stesso stile ha demolito l’ex direttore di Avvenire. Forse l’errore di Stracquadanio non è stato dire una cosa falsa, quanto, piuttosto, svelare pubblicamente i piani dei falchi berlusconiani.

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