Bocchino: “Il federalismo non ce l’ha ordinato il dottore, parola di destra europea”

di Emiliano Condò
Pubblicato il 11 Maggio 2010 9:16 | Ultimo aggiornamento: 11 Maggio 2010 12:16
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Italo Bocchino

“No, anche se Berlusconi lo ha ingiustamente gridato, Fini non si è pentito di aver fatto nascere il Pdl. Però il Pdl che è nato non è quello che Fini voleva e non è quello che vogliamo noi”. E come sarebbe il Pdl che vogliono Fini, Bocchino e la neonata e contestata minoranza interna?

“Sarebbe un partito che tiene il timone del governo su una rotta che evita un federalismo eventualmente realizzato a danno del bilancio e del debito pubblico, che riforma la Costituzione e le istituzioni seguendo la mappa dei contrappesi, evitando di finire in una democrazia alla sudamericana. Un partito che chiude i rubinetti alla spesa a fondo perduto, che fa decadere dalla carica i presidenti delle Regioni che fabbricano deficit, che non ha timore di dire: manette agli evasori.

Un partito di destra, quella destra che si trova nei programmi elettorali di Cameron, Sarkozy, della Merkel. Un partito senza il centralismo carismatico”. Dunque, dentro il Pdl ma non a testa bassa.

Di levare le tende o far cadere il governo non se ne parla: “Se lo levino dalla testa, non ce ne andremo e mai e poi mai ci presteremo ad un agguato parlamentare al governo. Resteremo dentro per contaminare, per seminare destra europea nel corpo e nell’anima del Pdl”.

Vasto programma, come disse De Gaulle quando gli chiesero di eliminare almeno gli sciocchi…La destra che ha in mente Fini, quella fatta di legge, ordine, e Stato, non è mai stata maggioranza nel nostro Paese. Perché dovrebbe diventarlo adesso? Infatti siete minoranza e pure piccola…E Berlusconi ha rifatto sapere che l’idea stessa di una minoranza nel Pdl non la sopporta, la ritiene nociva.

“La destra della legge e dell’ordine, dello Stato e delle regole e, aggiungo, la destra riformista ha pagato per decenni il dazio del fascismo che ha reso anomala la destra italiana. Tutto quello che è venuto dopo è diventato neo-fascismo o post-fascismo. Il grande dono che Fini ha fatto al Paese è stato rendere la destra normale e “alleabile”. La sfida nuova, oggi,  è farla diventare, con una battaglia di minoranza all’interno del Pdl, una destra di stampo europeo e occidentale, cioè una destra che vuole una buona politica, e i doveri prima ancora dei diritti”.

Però questa destra che voi dite moderna non piace nè al Pdl nè all’elettorato.

“A volte mi trovo in riunioni di partito dove mi chiedono se Fini sia impazzito. Allora li invito a leggere i programmi della Cdu, di Sarkozy, della destra spagnola ed inglese. Ci sono scritte le cose che dice Fini. La nostra destra deve diventare uguale a quelle europee. Per imporlo Fini sta anche forzando su certi temi. Faccio un esempio:  se altrove ci fosse stata la legge sull’immigrazione che alcuni nostri alleati chiedono, Sarkozy non sarebbe mai diventato presidente”.

Però i partiti come la Lega le destre europee le tengono fuori dai loro governi.

“Non è così. A parte che è difficile trovare l’equivalente di un partito territoriale come la Lega. Rajoy ha il problema dei catalani. E anche Cameron avrà bisogno delle leghe…”.

Ma questa “destra modificata”  come può stare dentro il Pdl. Non rischiate l’emarginazione?

“La nostra non è solo una semplice testimonianza. Noi vogliamo fare una contaminazione all’interno del Pdl. Rimanere dentro e “contagiare” le persone. Il vero nodo, in questo momento, è che c’è un intruppamento del centralismo carismatico. L’attuale maggioranza del partito non si regge su una tesi politica, ma è tenuta insieme solo dal carisma del leader. Ed è una situazione che vogliamo superare”.

A questa nuova destra il centro di Casini e Rutelli può servire come sponda o addirittura come approdo?

“No. Noi vogliamo fare la destra, non ci interessano né il centrismo né il terzo polo. In un sistema bipolare fare il terzo polo vuol dire giocare a tennis seduto sulla rete. Guardate Clegg in Gran Bretagna: un grande fenomeno mediatico ma alla fine i voti non arrivano. In futuro, poi, immagino Casini e Rutelli alleati, ma in una coalizione di centro destra, anzi di destra centro e non certo in un grande centro”.

Vice-capogruppo nel Pdl, presente alle cene di Berlusconi, lei era…

“Già, messa così chi me lo ha fatto fare? La prospettiva. Io voglio un leader come Berlusconi che mi fa vincere le elezioni ma voglio anche un partito che si strutturi per esistere tra 30 anni.  Quando il centralismo carismatico verrà meno, o perché Berlusconi sarà al Quirinale o perché, come ogni tanto dice, sarà a godersi le sue proprietà in giro per il mondo, la nostra posizione verrà premiata ma il Pdl nel frattempo deve darsi un’organizzazione interna che adesso non c’è”.

Berlusconi le ha detto davvero “io ti infilzo”?

“Sì. Mi ha chiamato perché andavo a Ballarò e non voleva. Io non penso neppure che sia in malafede, è davvero convinto che il partito non sia spaccato. Non è previsto dalle sue categorie di pensiero e quindi non accetta che possa esistere una minoranza. Da un lato lo capisco: non è abituato all’idea che un dirigente del suo partito gli dica di no”.

Voi contaminate, forzate, proponete… ma se Berlusconi tra tre anni non vi ricandida?

“È un’idea semplicemente inaccettabile. Questa è casa pure nostra. Quale partito al mondo non candida la minoranza? Noi siamo qui mica perché abbiamo vinto un concorso.. e comunque Fini ha abbastanza consensi…”.

Come “casa”, però, è decisamente poco confortevole. Fini si è persino pentito di averla costruita…

“Non è pentito di aver fatto il Pdl, è semplicemente scontento del Pdl che è stato fatto. Noi pensavamo di costruire un vero partito: oggi, invece, il Pdl è una Forza Italia allargata, un grande comitato elettorale”.

Molti ex An sono tra i berlusconiani più accesi. Perchè?

“Prima di tutto, nel Pdl questa è la posizione più comoda. E poi molti che conosco sono oggettivamente grati a Berlusconi per aver inventato il bipolarismo in Italia. Certo fa un po’ specie andare a certe riunioni, magari per parlare di disegno di legge sulla corruzione, e trovare alcuni ex militanti di An che mi fanno lezione di garantismo. È un fatto che ci sono diversi politici che rischiano di sacrificare sull’altare del berlusconismo molte battaglie della destra”.

Una delle questioni su cui si gioca il futuro del governo è il federalismo fiscale. Bossi lo vuole ad ogni costo. Arriverà un momento in cui direte di no, ci saranno, ci possono essere delle condizioni per voi inaccettabili?

“Qui andiamo al cuore del problema del federalismo, ed è un problema che ci siamo posti. Perché oggi ci diciamo tutti favorevoli e anche noi siamo d’accordo sul principio. Il problema è che non sappiamo che cosa c’è dentro. La tesi del fderalismo che porta “più per tutti”  è suggestiva ma impossibile. Più al territorio, meno tasse, più servizi: è una favola che ci preoccupa, non può essere vera”.

Ma quanto costerà davvero ?

“La verità è che al momento ancora non si sa: sia perché è difficile fare i conti, sia perché sospetto che al dunque i costi  rischiano di risultare insostenibili. Non è una certezza, ma un rischio sì”.

Non è che per fare il federalismo finirete per aumentare il debito pubblico?

“Lo escludo assolutamente. A questa condizione non ci stiamo”.

Quindi sareste disposti ad arrivare su questo ad una rottura nella maggioranza?

“Il nostro obiettivo è stimolare a fare meglio, non sabotare. In ogni caso, nella nostra logica, è impossibile votare qualcosa che aumenti il debito pubblico. Il federalismo non lo prendiamo a scatola chiusa, avvolto e santificato dentro una teca meravigliosa. Lo ha detto Fini e lo ripeto con chiarezza: ci sono i se e ci sono i ma”.

In Italia una forma di federalismo c’è ed è la Sanità. E nel complesso non è certo un modello di gestione.

“È proprio il caso che ci fa riflettere di più: c’è un federalismo che responsabilizza e uno che finisce per produrre disparità che è persino peggio che produrre debito”.

Come?

“Una cattiva classe dirigente che oggi produce debito domani, quando non potrà più farlo, rischia di far morire qualcuno. Deve cambiare la mentalità delle classi dirigenti e chi sbaglia deve decadere dall’incarico. Io confido molto nel federalismo fiscale per il sud. Per una svolta occorre chiudere i rubinetti della spesa a fondo perduto, qualcosa come 40 miliardi all’anno”.

Chiudere i rubinetti è uno slogan suggestivo. Però gli elettori hanno sempre punito chi ci ha provato…

“Le elezioni si vincono al Sud dove il voto è più mobile, sia per ragioni clientelari sia perché chi ha meno è sempre pronto a provare un’opzione diversa. Il problema del chiudere i rubinetti sta nella ricetta alternativa che offriamo. Se perdo 100 voti in clientele che scontente se ne vanno, recupero 200 in opportunità offerte a cittadini che poi mi votano”.

Giustizia, federalismo, immigrazione, bioetica: non è che prima o poi fate uno sgambetto al governo?

“Escludo categoricamente che il governo possa cadere per mano nostra. Noi stimoliamo il governo, vogliamo porre e “imporre” delle questioni. Si scordino che ce ne andiamo dal Pdl o che creiamo un incidente parlamentare per far cadere il governo”.

Quando si arriverà alla legge sul testamento biologico cosa farà questa nuova destra?

“Su questi temi io e Fini la pensiamo diversamente e credo che queste siano leggi in cui il voto debba essere fatto secondo coscienza.  Nel mio caso so già che voterò a favore della legge, perché una qualsiasi legge è meglio del Far West. Io, per esempio, sono a favore dell’accanimento terapeutico e potrò scriverlo, e Fini potrà scrivere “staccatemi il sondino”.

Però c’è il problema di alimentazione e idratazione. Devono essere obbligatori o no?

“Bisogna stabilire qual è il giusto confine. Io non  voglio vedere nessuno morire nessuno di fame e di sete, è importante trovare delle regole”.

La legge attuale prevede che la decisione finale, in ogni caso, spetta ad un medico…

“Ed è un aspetto che deve cambiare. Mettiamo, ad esempio, che sia almeno un collegio di medici, magari anche con gli anestesisti rianimatori che sono tradizionalmente più laici”.

Un altro tema di disaccordo tra Berlusconi e Fini è il presidenzialismo. Lei che ne pensa?

“Sono un presidenzialista convinto. Ma attenzione, come per il federalismo, il presidenzialismo è un abito: bisogna vedere poi che ci metti dentro, che modello si sceglie.  Il premierato non funziona, il modello degli Stati Uniti non è esportabile. Il semipresidenzialismo francese può andare ma servono pesi e contrappesi”.

A cominciare, come ha detto Fini, dalla legge elettorale?

“Assolutamente. Serve il doppio turno sia per agganciare il candidato al territorio sia per evitare che il presidenzialismo come lo pensa Berlusconi diventi un modello sudamericano. Uno che vuole fare il presidente eletto, decidere chi deve essere eletto e nominare pure gli organismi di garanzia punta un a un modello sudamericano estraneo alla nostra tradizione politica”.

La riforma della giustizia per Berlusconi è cruciale. Su cosa siete d’accordo e cosa invece non volete?

“Il vero problema della giustizia sono tempi e risultati e noi vogliamo agire su due cose: la separazione delle carriere e il Consiglio Superiore della magistratura. Oggi i giudici possono fare quello che vogliono. Noi vogliamo solo ricondurli alle loro funzioni con la separazione delle carriere e soprattutto sdoppiando il Csm, in un organo di autogoverno e uno di controllo dei giudici. Ma se parliamo di mettere i pubblici ministeri sotto l’esecutivo, anche se non è uno scandalo e altrove succede, non siamo d’accordo, oggi in Italia questa scelta non è importabile”.

Stavolta ce la fate ad abbassare le tasse?

“Dobbiamo. Sono 16 anni che lo promettiamo. Ora siamo in una fase economica in cui oggettivamente è difficile ma lo faremo. Prima di tutto bisogna farle pagare a tutti..”.

Ma questa è lotta all’evasione, è un’altra cosa…

“Bisogna abbassare le tasse senza ridurre il gettito, e come succede negli altri Paesi, bisogna farle pagare. Quindi, manette agli evasori…”.

Manette agli evasori? E chi lo dice a certi elettori del Pdl?

“Se lo dici oggi è una follia ma il problema è sempre il progetto. Noi dobbiamo abbassare le tasse soprattutto a famiglie e imprese. Se riduciamo le aliquote si amplia la base di quelli che pagano.

E serve una grande riforma fiscale”.

Ma come la mettiamo col debito pubblico?

“La pressione fiscale per calare richiede un drastico calo della spesa pubblica. Solo per fare un esempio le spese per la sanità sono raddoppiate in cinque anni e questo non è possibile. Riforma fiscale e taglio della spesa devono andare a braccetto”.

Dal punto di vista del consenso non sembra una strada facile…

“È vero. Sulla spesa pubblica ci sono tante persone che ci vivono alla grande, in modo più o meno trasparente. L’obiettivo è colpire “i furbi” e con quei soldi finanziare il calo delle tasse. Ci vuole coraggio ma può funzionare.

Oggi tutti parlano di riforme ma la sensazione è che ognuno intenda una cosa diversa. Cosa avete in mente?

“Le riforme che servono di più agli italiani sono quelle economico sociali,  fisco e mercato del lavoro su tutte”.

Per gli italiani flessibile e precario sono sinonimi.

“Un precario è un lavoratore senza diritti. Un flessibile, invece, viene pagato di più proprio perché può essere licenziato. In altri Paesi quando uno esce dal mercato del lavoro viene pagato per formarsi e riconvertirsi: una cosa che da noi non succede”.

Altre riforme?

“Anche se il ministro Sacconi è contrario, secondo me è impensabile non mettere mano alle pensioni. Ripartirei dal progetto di Maroni, quello cancellato dal centrosinistra…”.

Ma se non mandiamo in pensione gli anziani quando si liberano i posti per i giovani?

“Noi non dobbiamo liberare posti perché mandiamo in pensione, dobbiamo creare occupazione con la crescita”.

Una curiosita sul caso Scajola. Da uomo della “casta” ci spiega come può un politico dire: “Sospetto che una parte di casa mia l’abbia pagata qualcun altro”?

“La vicenda di Scajola è indubbiamente poco chiara e io gli auguro di fare piena luce. Il punto è un altro: a noi serve un’etica pubblica rigorosa, serve la casa di vetro. In questo senso il suo caso ha aiutato: Scajola si è dimesso come fanno i politici anglosassoni. E questo può aprire una nuova stagione in cui un politico se mente o se non è chiaro è costretto dall’opinione pubblica a dimettersi. È ora che i politici siano al di sopra di ogni sospetto.

Anche Berlusconi?

“Fino al 1994 Berlusconi era considerato un imprenditore illuminato. Da quando è in politica cercano di farlo passare per delinquente. Sono convinto che serva uno scudo giudiziario perchè ha il diritto di governare. Certo, come ha detto Fini, senza cancellare 600.000 processi in una notte e senza  dare la sensazione di un’impunità generale”.