Vuole lasciare la Lega ai figli. La Lega prigioniera di Bossi

di Warsamé Dini Casali
Pubblicato il 11 Ottobre 2011 11:59 | Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre 2011 12:19

MILANO – Bossi vuole lasciare la Lega ai figli. Lo aveva annunciato qualche anno fa, lo ha ripetuto anche in occasione del congresso di Varese che per la prima volta lo ha visto contestato dalla base. Lo considera un  risarcimento per averli trascurati così tanto per servire la causa del federalismo. Un investimento sul futuro della Lega e la garanzia che un pezzo di sé rimanga nel movimento. L’ictus del marzo 2004 lo ha convinto a fare di più e meglio per i suoi figli: ora è giunto il tempo di recuperare. Ma non nel senso di un progressivo ritiro dalla politica per concedersi più tempo per gli affetti familiari. Renzo, Roberto Libertà, Sirio Eridano, sono  sempre presenti nelle uscite pubbliche del padre, presenziano alle feste di partito, salgono sui palchi dei comizi, seguono come un’ombra il capostipite fino alle cene con i potenti, fino alla tribuna al Senato.

Bossi, detto il Trota, è già nel Consiglio Regionale lombardo: più d’uno nella Lega mugugna di fronte al giovane delfino che arriva a Via Bellerio in Suv Bmw e non aprrezza per nulla il fatto che al Congresso di Varese abbia preteso di votare pur non avendone titolo. Roberto Libertà è già stato inserito nello staff politico del padre da Venezia 2010. Sirio Eridano, 16 anni, partecipa ma per trovargli una collocazione stabile occorrerà attendere qualche tempo. Del primo figlio Riccardo, nato dal precedente matrimonio, è nota la passione per le auto da corsa, la sua esperienza politica è ferma a quando faceva il portaborse di Speroni al Parlamento europeo.

“Ho allevato i miei figli per essere leghisti, ma nella vita hanno avuto gravi difficoltà” è stata l’ultima carezza di Bossi dal palco di Varese. Ma sembrano lontani i tempi in cui un giovanissimo Renzo gridava “Padania Libera” dalle finestre della casa di Carlo Cattaneo di Lugano, suo papà convalescente e i militanti commossi. Ancora nel 2008 Bossi poteva accusare lo Stato accentratore e  ingiusto “capace di far martoriare i nostri figli da gente che non arriva dal Nord. Uno dei nostri è stato stangato perché all’esame di maturità aveva presentato una tesina su Cattaneo”: tutti capivano che parlava del Trota, tutti applaudivano convinti, nessuno accennò al fatto che era la terza volta che veniva bocciato.

Oggi, invece, a pensare che la moglie di Bossi sia l'”anima nera” della Lega non è solo l’irriverente Panorama. Il “cerchio magico” stretto intorno al leader sofferente non riesce a nascondere, presso i militanti, l’impressione che di fatto il Senatur sia commissariato. Che gli manchi la lucidità necessaria per indicare una nuova strada, per non interrompere il sogno federalista, per non morire berlusconiani. Molti si affidano a Maroni: chi lo conosce assicura che non ucciderà mai il padre, troppo forte è il legame con Bossi. Freudianamente, ancora padri e figli: la Lega riuscirà a scendere dal lettino dello psicanalista?