Caso Ruby: il prefetto racconta le orge nella sala del Bunga Bunga. Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano

Pubblicato il 18 Gennaio 2011 12:55 | Ultimo aggiornamento: 18 Gennaio 2011 12:55

Un prefetto nelle cene del Bunga Bunga. Lo scrive, spulciando nei fascicoli dell’inchiesta sul caso Ruby, Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano. Il prefetto in questione è Carlo Ferrigno, poliziotto, prefetto prima ad Asti e poi a Napoli, e quindi, fino al 2006, commissario anti-racket.

Barbacetto riporta una telefonata di Ferrigno del 29 settembre 2010: nella conversazione l’ex prefetto descrive le serate di Arcore con un mixi di stupore e scandalo: “C’erano orge! Non con la droga, non mi risulta – dice Ferrigno al suo interlocutore – Ma bevevano tutte mezzo discinte. Berlusconi si è messo a cantare e raccontare barzellette”.

Nell’intercettazione riportata dal Fatto, Ferrigno descrive la compagnia: “C’erano loro tre – per Barbacetto si tratta di Berlusconi, Emilio Fede e Lele Mora – e 28 ragazze. Tutte ragazze che poi, alla fine della serata erano senza reggipetto, solo le mutandine strette”.

Barbacetto, quindi, ricorda episodi del passato in cui il prefetto è stato coinvolto: “A essere perfidi – scrive – si potrebbe ipotizzare che Ferrigno sia stato invitato a quella che chiama orgia per meriti acquisiti sul campo. Sì, perché da commissario anti-racket è stato accusato di essere un prefetto a “luci rosse”, di aver preteso prestazioni sessuali da donne vittime di usura che si rivolgevano a lui”.

Allora, racconta il Fatto, la denuncia arrivò dal presidente del comitato milanese Sos Usura Frediano Manzi (domenica scorsa ha subito l’incendio di uno dei suoi negozi di fiori) e dal presidente dell’associazione Sos Usura Paolo Bocedi.

Anni prima, prosegue la biografia di Barbacetto, “Ferrigno era stato protagonista di un’altra disavventura, questa volta non a luci rosse, ma nere. Nel 1996, Aldo Giannuli, consulente del giudice di Milano Guido Salvini a caccia dei terroristi di Piazza Fontana, aveva scoperto, sulla circonvallazione Appia, a Roma, l’archivio segreto dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno: decine di migliaia di reperti, mai messi a disposizione della magistratura. Tra questi, una parte di un ordigno esploso nella notte tra l’8 e il 9 agosto del 1969 su un treno a Pescara, in uno dei primi attentati eseguiti dal gruppo di Franco Freda durante la campagna terroristica culminata in Piazza Fontana. E documenti sullo strano incidente aereo in cui perse la vita, nel 1962, il presidente dell’Eni Enrico Mattei”.

Allora ne uscì senza conseguenze: si dimise e la sua carriera in polizia continuò altrove.