Cavour anticlericale ma non in punto di morte: le rivelazioni del suo frate confessore

Pubblicato il 20 Aprile 2011 11:28 | Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2011 11:28

ROMA – Camillo Benso di Cavour, quando nel letto di morte chiamò accanto a sé un sacerdote per ricevere i sacramenti, “si limitò a confessarsi oppure ritrattò quelle posizioni che avevano provocato la scomunica di Pio IX contro di lui e contro tutto il Subalpinum Gubernium?”: se lo domanda la Stampa, in un articolo firmato da Andrea Tornielli.

Il fratello del conte statista raccontò, pochi giorni dopo la morte di Cavour il 6 giugno del 1861, che questi non aveva mai ammesso alcun errore nella politica di annessione dello Stato pontificio.

Ma adesso negli Archivi vaticani è stata scoperta una lettera autografa consegnata dal frate francescano Giacomo da Poirino a papa Pio IX dopo il rimprovero rivolto dal frate al pontefice per aver confessato l'”anticelricale” Cavour senza avergli prima chiesto di ritrattare.

Fra’ Giacomo era allora il curato della parrocchia di Santa Maria degli Angeli a Torino, quartiere in cui abitava Cavour.

“In base al diritto canonico, spiega il Prefetto dell’Archivio segreto vaticano nell’articolo all’Osservatore Romano in cui rende nota la scoperta, Cavour non avrebbe potuto compiere la sua confessione sacramentale prima di aver rilasciato una pubblica ritrattazione dei gravi atti da lui ispirati contro lo Stato della Chiesa”. Infatti in base alla bolla di scomunica Cum Catholica Ecclesia la confessione non sarebbe stata valida senza quella pubblica ammissione.

Eppure il frate fece prevalere il suo “scopo primario, pur se mischiato a una certa ingenuità”, cioè quello di “salvare l’anima del moribondo, non quello di curarsi delle gravi censure ecclesiastiche in vigore”. E dopo la morte dello statista piemontese tenne un atteggiamento che “poteva sembrare, e di fatto sembrò, ambiguo, sfuggente alla Santa Sede e allo stesso Pio IX”.

Anche Giacomo da Poirino non volle ammettere di aver sbagliato, e per questo il Papa lo sospese a divinis. Solo in età avanzata si pentì dell’azione, e chiese a Leone XIII di essere reintegrato. Venne accontentato nel 1884, un anno prima di morire.

Nella lettera ritrovata il frate racconta al pontefice le circostanze di quell’illustre confessione, ricordando come Cavour avesse detto, in presenza di testimoni, che “intendeva di morire da vero e sincero cattolico”. Di fronte ad una simile dichiarazione il francescano acconsentì a confessarlo e a somministrargli l’estrema unzione.

“Il buon frate,che, malgrado l’increscioso episodio, aveva al suo attivo una vita di impegno religioso zelante, scrive il Prefetto dell’Archivio segreto vaticano, pronto naturalmente all’obbedienza, passò il resto della sua esistenza nell’umile osservanza, anche se per lungo tempo dovette restar convinto di aver agito secondo coscienza cercando di salvare un’anima, pur nella trasgressione materiale di un precetto positivo pontificio”.