Claudio Scajola: 15.500 € se deputato europeo a Chiara Rizzo per casa Montecarlo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Maggio 2014 13:38 | Ultimo aggiornamento: 11 Maggio 2014 13:39
L'arresto di Claudio Scajola (foto Lapresse)

L’arresto di Claudio Scajola (foto Lapresse)

ROMA – Claudio Scajola, l’ex ministro dell’Interno in carcere per i suoi rapporti con l’armatore e ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena e la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, è il tema di nuove rivelazioni sul lato oscuro della sua vita.

Su Repubblica, Carlo Bonini, ricorda che Claudio Scajola,  “da ministro dell’Interno lasciò morire senza scorta «il rompicoglioni» Marco Biagi”,  ma per Chiara Rizzo, la moglie di Amedeo Matacena verso la quale sembrava un tappetino, “aveva trasformato la sua di scorta, quella di cui gode ininterrottamente da 13 anni, in abuso permanente. L’inchiesta di Reggio Calabria documenta come, per mesi, nel 2014, una macchina blindata e quattro agenti di polizia siano stati piegati a servizio privato e strumento di illegalità.

Strumento di illegalità, spiega Carlo Bonini, “perché funzionali alle necessità di rendere sicura la latitanza di Amedeo Matacena, un condannato per mafia. Con denaro pubblico è stato pagato il costo per sbrigare le incombenze della signora Matacena (cui Scajola si era “consegnato”), nei suoi spostamenti da e per Montecarlo, in quel di Nizza e in Italia. Con denaro pubblico, una forza di polizia è stata trasformata nel suo contrario.

Al Viminale, dove hanno sede il ministero dell’Interno e il comando della Polizia di Stato e “che ora annuncia laconicamente un’indagine ispettiva della Questura di Imperia (cui i poliziotti di scorta a Scajola erano in carico), nessuno sembra aver visto. A quanto pare, nessuna anomalia è stata mai segnalata dai poliziotti in servizio. E soprattutto nessuna domanda è mai stata posta dal “centro” verso la periferia. Non fosse altro per chiedere conto anche solo di una giornata come quella del 15 gennaio di quest’anno, quando, nel giorno del suo compleanno, la dismisura di Claudio Scajola sembra raggiungere il culmine della sua “spregiudicatezza” (per dirla con le parole dei pubblici ministeri). Quel giorscorta no, l’ex ministro, per raggiungere con Chiara Rizzo la Costa Azzurra, organizza uno “ scappotto” in autostrada (così in gergo si definisce il trasbordo da un’auto a un’altra) che coinvolge l’auto blindata della sua e quella privata del suo caposcorta, tale Stefano. Né vuole sentire ragioni quando la sua segretaria, Roberta Sacco, gli spiega che quello spostamento, da fare per altro “senza attrezzi” (le armi di ordinanza in dotazione agli agenti), dovrà in qualche modo essere comunicato, perché venga autorizzato, al Viminale. «E che lo comunichi pure, che me ne frega… tanto, non lo sa mia moglie, basta che lo tengano riservato, facciano quello che devono fare però mi lasciano là allo svincolo! ». Nel comando, nel disporre di ciò che suo non è, ma come tale viene inteso e utilizzato, Scajola è assertivo. Quasi avesse la consapevolezza di essere libero da qualsiasi controllo. Sia da parte degli uomini cui impone il suo abuso e che del suo abuso si rendono oggettivamente complici. Sia da parte di quegli uffici che, al Viminale, dovrebbero vigilare sulla correttezza di un servizio che ha un solo scopo: la tutela dell’incolumità fisica dello scortato.
“Accade quando Scajola ordina che la scorta lo vada a recuperare in quel di Point san Ludovic, lungo la statale Aurelia, non lontano da Mentone e molto vicino a dove la Rizzo ha la sua residenza. E dove evidentemente è stato lasciato solo per sua disposizione. Ma accade anche quando il sovrintendente dell’Ispettorato del Viminale che dovrebbe appunto controllare l’uso proprio delle scorte viene al contrario sollecitato dalla segretaria dell’ex ministro a fare ciò che non dovrebbe: controllare ai terminali del Ministero l’intestazione e i passaggi di proprietà della Porsche Cayenne che normalmente usa la Rizzo.
“In questi 13 anni, Scajola, di fatto, non ha mai perso l’ombrello protettivo del Viminale. E dunque, il suo abuso interpella la distrazione di chi lo ha tollerato o non lo ha visto. Per lui, complici i ministri di centro-destra che si sono succeduti nel tempo, norme e prassi hanno conosciuto una regolare eccezione. A cominciare dalla scorta, di cui gode ormai ininterrottamente dal 2001. Da ex ministro dell’Interno ne avrebbe avuto diritto per un anno soltanto dalla cessazione dell’incarico, dunque fino al 2003.
“Ma così non è stato. Da ministro per l’attuazione del programma (2003-2005) prima e delle attività produttive (2005-2006) poi, da presidente del Copasir (2006-2008) e quindi da ministro dello Sviluppo Economico (2008-2010), il nostro viaggia infatti regolarmente tra il livello II e III di protezione. Mai meno di due macchine al seguito (una delle quali blindata). Mai meno di 5, 6 uomini di scorta. Almeno fino a quando, è il 2013, si ritrova — o almeno dovrebbe ritrovarsi — appiedato. Non fosse altro, perché in quell’anno cessa di avere anche solo un ruolo di parlamentare. E tuttavia, a Scajola la scorta non viene tolta.

“La Prefettura di Roma, che in quell’anno è ancora competente per la sicurezza dell’“ex tutto” (quella di Imperia lo diventerà da quest’anno), riceve sistematiche segnalazioni e denunce dall’interessato su una teoria di minacce telefoniche che lo perseguiterebbero e dunque dimostrerebbero la sua vulnerabilità. La ragionevole probabilità, insomma, che consegnarlo a una macchina privata, a un taxi, significherebbe esporlo a «rischio di vita». Naturalmente, non decide la Prefettura. Ma al Viminale di Alfano l’idea che qualcuno possa cancellare con un tratto di penna il servizio di tutela a Scajola non è nelle cose. Pure essendoci per altro motivi per pensarla diversamente.
“Tra il 2012 e il 2013, accade infatti qualcosa che dovrebbe consigliare il Viminale e il vertice del Dipartimento di pubblica sicurezza a valutare il modo con cui l’ex ministro gode dei servizi del Ministero. Durante le indagini sul Porto di Imperia (aprile 2012) si scopre infatti che Scajola (che in quell’inchiesta viene intercettato) usa un cellulare la cui sim è intestata e pagata dal Ministero. Una “svista” — come accerterà l’indagine interna allora condotta dal capo dell’ufficio ispettivo Gaetano Chiusolo — che va avanti soltanto dal 2002. Dieci anni. In tutto quel tempo, nessuno, al Viminale, ha pensato con garbo di chiedere indietro il telefono e la sua sim. Né l’interessato ha avuto un sussulto di memoria nel restituirlo. «Pensavo fosse in dotazione con la scorta. E ho già provveduto ad attivare un nuovo abbonamento», dice cadendo dalle nuvole quando l’ispezione viene avviata. È possibile che siano maturate allora l’insofferenza del nostro per i telefoni («Cellulari del cazzo… «, si sfoga con la signora Matacena) e la passione per Skype e Viber. Gratuiti e a prova di intercettazioni l’uno e l’altro, tanto da farne grande uso con la signora Rizzo. È un fatto che, oggi, non sia possibile sapere quale seguito abbia avuto quella relazione ispettiva. Chiusolo la consegnò alla segreteria dell’allora capo della Polizia, Antonio Manganelli. Ma che fine abbia fatto, pare un mistero. È stata interessata la Corte dei Conti per danno erariale? Scajola ha saldato 10 anni di bollette? «Non siamo in grado di dire», taglia corto una fonte del Dipartimento.
La sim a scrocco non era stato per altro l’ultimo incidente. Nell’aprile dello scorso anno, “ragioni di sicurezza” avevano consigliato Scajola e il caposcorta a parcheggiare la Bmw blindata che lo portava in giro per Roma, nel mezzo di piazza del Popolo, uno di quei fazzoletti di città interdetti anche alle ambulanze. L’urgenza, in quell’occasione, e come avrebbero documentato delle foto scattate dal settimanale “ Oggi”, era stata un aperitivo ai tavolini del caffé Rosati”.

Sul Corriere della Sera, Fabrizio Caccia riferisce:

“Aeroporto di Fiumicino, l’appuntamento è per le ore 19.45. C’è massimo fermento, perché da uno dei quattro voli in arrivo, due da Parigi, uno da Nizza e un altro da Dublino, dovrebbe finalmente sbarcare lei, la signora Chiara Rizzo in Matacena, per consegnarsi alle autorità. Il suo avvocato, il messinese Bonaventura Candido, non vuol essere più preciso e tiene vivo l’indovinello fino all’ultimo: «Posso dirvi soltanto che alle 21.20 dovrebbe prendere un altro aereo, la coincidenza per Reggio Calabria, dove alle 22.40 atterrerà». Sempreché, è chiaro, la signora Rizzo nel frattempo non abbia cambiato idea nel luogo sconosciuto dove ancora si trova, optando per la latitanza come suo marito, che oggi vive a Dubai.
«Ma io in questa vicenda ho solo fatto la moglie, non ho fatto niente di male e se invece l’ho fatto chiederò scusa e sono pronta a pagare», ripete lei, nipote del potente uomo politico socialista messinese Turi Rizzo, a poche ore dal «redde rationem » con i magistrati di Reggio. Tra l’altro, se davvero si costituirà, ci sarà da capire che fondatezza abbia l’ultimo mistero legato alla presunta separazione in atto tra i due coniugi. La Rizzo, infatti, è accusata di aver contribuito a schermare il patrimonio (a rischio confisca) di Amedeo Matacena, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il sospetto di «un’attribuzione fittizia di beni» è legittimo: separazione d’interesse? Gli inquirenti negli atti parlano di «apparente separazione coniugale dei Matacena» e a questo proposito richiamano alcune intercettazioni tra cui la telefonata (del 30 settembre 2013) tra la stessa Rizzo e l’ex moglie del fratello di Matacena. Quest’ultima, Vanessa, a un certo punto sembra congratularsi con Chiara per la decisione di separarsi da Amedeo, ma lei replica sorpresa: «Non si tratta di una separazione». E allora?
Matacena, da Dubai, dice: «Sono ancora innamorato di mia moglie e le chiedo perdono per aver abbandonato di colpo lei e i nostri figli. Ma non credo ai pettegolezzi, non credo alla liaison con Scajola che è un amico».
“Nell’ordinanza è scritto che l’ex ministro attendeva la candidatura al Parlamento europeo e la probabile elezione per poter dare 15.500 euro a Chiara Rizzo per l’affitto di un nuovo appartamento a Montecarlo. Matacena non crede «neppure al flirt con Bellavista Caltagirone: sono tutte sciocchezze, conosco mia moglie da 20 anni ed è una madre perfetta. Io me ne sono dovuto andare dall’Italia perché non ho fiducia nella giustizia italiana, a differenza di lei. E preferisco starmene qui a Dubai a fare il maître e a vivere in un monolocale faticando a pagare l’affitto. Aspettando, però, da uomo libero in attesa di estradizione l’ultimo giudizio della Corte europea. Ma non c’entro con le cosche calabresi, per questo reato sono stato assolto, lo ha detto la Cassazione».
Matacena è preoccupato per suo figlio Athos, 14 anni, rimasto solo a Montecarlo con la sorella più grande, Francesca, 20 anni, avuta dalla Rizzo col suo precedente marito, Franco Currò. «Ma mia moglie non vive più nell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte numero 13, molto vicino alla casa del cognato di Gianfranco Fini, che è al civico 14. Ora Chiara vive in una casa più modesta, i tempi sono cambiati. Io comunque a Montecarlo ci andavo raramente, di sicuro meno di Fini…».