Claudio Scajola a Blitz nel 2010: “Una congiura Usa contro di me…”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 28 gennaio 2014 14:43 | Ultimo aggiornamento: 28 gennaio 2014 14:43
Claudio Scajola a Blitz nel 2010: “Una congiura Usa contro di me…”

Claudio Scajola nel giorno delle dimissioni da ministro (LaPresse)

ROMA – Claudio Scajola è stato assolto per la compravendita “a sua insaputa” della casa con vista sul Colosseo. Il sessantaseienne ex ministro dell’Interno, dell’Attuazione del programma, delle Attività Produttive e dello Sviluppo Economico nei governi Berlusconi II, III e IV, riemerge dopo tre anni in cui era precipitato in un cono d’ombra.

Fuori dai cerchi magici berlusconiani, fuori anche da Parlamento dopo aver deciso (o essere stato costretto a decidere) di non ricandidarsi alle Politiche 2013, Scajola sta per rialzarsi dal quarto ko della sua vita politica. E quello che gli dà una mano per ritornare sul ring potrebbe essere proprio Silvio Berlusconi, il primo a chiamarlo dopo l’assoluzione.

Ma a fine 2010, quando Franco Manzitti intervistò Scajola per Blitz, il “mood” del politico di Imperia era ben diverso. Isolato e amareggiato, parlava di complotto:

Mi hanno fatto tutto questo perchè sono sempre stato uno che cercava di agire, di far prevalere i fatti alle parole, di far camminare i progetti, le idee […] Mi hanno fatto questo e il resto e la trappola di Cipro con la frase sul povero Marco Biagi, spiattellata sui giornali, che non avevo pronunciato io – perchè non stavo mai fermo, perchè mi davo da fare, forse perchè apparivo troppo ambizioso”.

Una congiura dietro la quale Scajola disegna grandi scenari geopolitici, una longa manus degli Usa infastiditi dalle ambizioni nucleari del ministro ligure:

“Perchè mi è successo tutto questo”, racconta Scajola, alludendo alla stangata del Fagutale, la casa “a sua insaputa” che l’ha fatto cadere per la terza volta. “Ci ho pensato spesso perchè il caso è esploso molti anni dopo l’acquisto, la trattativa… Ho dato fastidio spingendo per il ritorno del nucleare con una soluzione “alla francese”, mentre magari gli americani si aspettavano che puntassi su di loro. Sa cosa mi è successo poco prima di Natale, quando il mondo era scosso dal superhacker Julian Assange e da Wikileaks? Una mattina suona il mio telefonino segreto, quello il cui numero conoscono in pochissimi e sento una voce assolutamente ignota, che sussurra: ministro ha letto bene Wikileaks? Vada a cercare bene… C’è anche lei e farà una bella scoperta. Scorro, scorro e mi trovo in un rapporto allarmato che gli americani mandano a Washington sull’operazione nucleare che l’Italia sta preparando. Proprio sotto la voce Scajola… E poi il contratto con la Turchia per una fornitura decennale di gas che avrebbe messo in sicurezza totale l’Italia, altro che ricatti nord africani e arabi! Guarda che coincidenza, dalle segnalazioni della Banca d’Italia saltano fuori quegli 80 assegni sospetti, firmati sei anni prima, per comprare la casa vicino al Colosseo!”

Secondo Scajola, dalla vicenda della casa “a sua insaputa” è partita la frana che ha travolto (e che all’epoca doveva ancora seppellire definitivamente) il governo Berlusconi:

Una congiura vera e propria per tagliare le gambe al ministro imperiese, troppo pimpante? “Una congiura a più largo raggio”, spiega l’ex ministro che si sprecava sull’energia, “perchè dalla mia storia, esplosa all’inizio di maggio e culminata con le mie dimissioni, incominciano tutte le danze di guerra contro Berlusconi e il suo governo che non sono più finite. Partono con me e poi via via succede di tutto, la cricca degli appalti, la P3, la tempesta su Verdini, poi di nuovo Berlusconi con l’inizio del Ruby Gate, poi Pompei con i crolli, la mozione si sfiducia e Bondi messo in croce anche per i favori all’ex marito della sua compagna e poi via con il Bunga bunga e tutto il resto, Fini che parte e Casini dietro…”

L’inchiesta sull’acquisto della casa in via del Fagutale, secondo Scajola, andò così:

“Tutto era cominciato il 25 gennaio 2010, quando la Banca d’Italia segnala alla Guardia di Finanza gli assegni, in numero di ottanta, alle sorelle Papa. Sono fatti del 2004, l’anno della compravendita. Ma già prima di quel maggio, nell’estate precedente, un esposto-denuncia era arrivato alla Procura di Firenze sul quale si mette a lavorare la Guardia di Finanza. La storia dell’autista tunisino Laid Ben Fhati Hidri, un collaboratore di Diego Anemone viene scoperta dalla Gdf, che interrogando il tunisino, viene a sapere che lui un bel giorno porta una valigia con 500 mila euro in contanti all’architetto Zampolini, che si occupava dell’acquisto e della ristrutturazione della mia casa. In realtà dentro a quella valigia c’erano non 500 mila euro, ma 900 mila. Cosa dicono i verbali della Guardia di Finanza? L’autista racconta che quella valigia gliela ha consegnata Anemone in persona e che dentro ci sono i soldi per la casa di Scajola. Zampolini va con la valigia dal direttore della Deutsche Bank, filiale di largo Argentina, che trasforma quei contanti in assegni, appunto 80 assegni da 12 mila euro ciascuno per stare dentro i limiti di legge…”

La contro-inchiesta di Scajola:

Quello che non si sa, ma che ho scoperto dopo, facendo le mie indagini è che solo una settimana prima le sorelle Papa, le venditrici, aprono un conto corrente proprio in quella banca e in quella filiale. Che bisogno c’era di farlo? Ma io di quegli 80 assegni non ricordo nulla, non ricordo nulla.”

Scajola si scalda un po’ e riprende il suo racconto. “Andate a leggere i verbali delle dichiarazioni dei testi nella inchiesta di Perugia. Spulciate tutti gli atti. Cercate le virgolette di quelle dichiarazioni: ho preso gli ottanta assegni, ho consegnato gli ottanta assegni, ho preparato gli ottanta assegni… Non ci sono. Sono finite sui giornali come dichiarazioni giurate ma non ci sono nelle carte. Ah come mi sono pentito, anzi è l’unica cosa di cui mi sono pentito in tutta questa vicenda, di non avere fatto una conferenza stampa, contestando a chi mi contesta quelle dichiarazioni virgolettate, di mostrarmele, di farmi vedere i documenti con le virgolette. Di farmi sbattere il naso sulle firme…”

Il prezzo, sostiene Scajola, non era “a sua insaputa”. Lui aveva fatto un’indagine, secondo la quale 180 metri quadri vista Colosseo valevano fra 3.600 e 4.100 euro al metro quadro:

“Non sono mica matto”, si scalda Scajola, “non sono ricco e volevo ben vedere cosa compravo e quanto lo pagavo. Ho fatto fare un’indagine prima dell’atto definitivo, una indagine immobiliare e veniva fuori che quella casa, un mezzanino di 180 metri quadrati, con le finestre a metà, le inferriate, mica un attico d’oro, valeva una cifra tra i 650 mila e i 750 mila euro. E io avrei firmato e consegnato assegni per far crescere quel prezzo fino a 1 milione e 650 mila euro? Ma 750 mila euro era già una cifra consistente per le mie tasche…Quando è esploso lo scandalo ho fatto fare un’altra inchiesta immobiliare, molto più approfondita, ho passato in rassegna, tutti i contratti di acquisto e di vendita e perfino di locazione della zona, quell’area che guarda il Colosseo, dove ci sono ben 5.000 finestre affacciate sul monumento, mica solo le mie. E’ venuta fuori più o meno la stessa cifra: da 650 a 800 mila euro. Per questo pensavo di avere fatto un bell’acquisto…”

Quegli 80 assegni facevano impazzire Scajola:

“Ci ho pensato mille volte a cosa era successo dopo la lettura dell’atto. Io avevo dato i miei assegni e la parte in nero di 150 mila euro, ho firmato, ho ascoltato e me ne sono andato. Gli ottanta assegni del sovraprezzo? Non sono mica pazzo. Ci fossero stati 80 assegni in più da consegnare uno per uno, dopo averli firmati, quanto tempo ci avrei messo? Mezz’ora, di più… Io avrei firmato, il notaio e le venditrici avrebbero controllato… Mica stavamo giocando a Monopoli. Dopo, a scandalo esploso, mi hanno detto che per difendermi avrei dovuto dire che non mi ricordavo, che non avevo capito, che mi ero sbagliato, che avevo fretta”.

Poi il faccia a faccia con Berlusconi, nel quale Scajola gli urla che non è un bugiardo come lui…

Anche Berlusconi me lo ha detto nel colloquio tempestoso che abbiamo avuto allora e io gli ho urlato che non sapevo mentire come lui e forse ho anche esagerato, urlandoglielo che io non sono un bugiardo… Lui ci è rimasto male, ma poi ha capito, hanno capito che mi avevano fregato, che ero in trappola.”

Quindi l’isolamento e lo “studio matto e disperatissimo” della vicenda che lo aveva trascinato in Tribunale:

Quella estate l’ex ministro, già definito universalmente come il politico “a sua insaputa”, si era trasformato in una specie di Sherlock Holmes, l’investigatore di se stesso, che accumula montagne di carte per scoprire se l’hanno fregato e come: “Per stabilire quale fosse il prezzo autentico della casa di via del Fagutale ho addirittura speso 10 mila euro in quella perizia speciale, che confermava il primo valore che avevo accertato: 750-800 mila euro. Cosa ho pensato? Che c’era stata un’operazione di riciclaggio alle mie spalle: l’autista tunisino che porta la valigia con i 900 mila euro a Zampolini, l’appuntamento nella banca di largo Argentina, la trasformazione in assegni, ottanta assegni che io non vedo e che, durante il rogito notarile durante il quale io velocemente passo i circolari del mutuo e il “nero”, passano da una parte all’altra del tavolo chissà come. Io entro e esco da quella sala riunioni. Poi ci sono le dichiarazioni sui giornali delle venditrici, del notaio… Il cerchio si chiude perfettamente e sei anni dopo, sei anni dopo, la trappola si chiude.”

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