De Gregorio “velina rossa” per Libero. Il Fatto: sabotaggio pro Vaticano

Pubblicato il 30 Novembre 2011 13:25 | Ultimo aggiornamento: 30 Novembre 2011 13:26

La De Gregorio ai tempi dell'Unità

ROMA –  E’ una tempesta quella sollevata dalle dichiarazioni  di Concita De Gregorio sul presunto boicottaggio Pd ai danni della Bonino. Il Giornale, Libero, giornali “nemici” ne fanno un argomento da prima pagina, Europa, Il Manifesto, Il Fatto coprono la notizia senza fare sconti. In particolare Il Fatto aggiunge un’analisi retrospettiva che non smentisce le circostanze ma modifica il giudizio sulle finalità politiche. Cioè, il Pd si adoperò per non far vincere il candidato Bonino non per favorire il rivale (la Polverini in funzione pro-Fini) ma per non irritare il Vaticano e la componente cattolica del partito lasciando intatta la presa sulla sanità delle gerarchie di Oltretevere.

Andiamo con ordine. Ieri (martedì 29 novembre, ma anche oggi), la De Gegorio era impegnata nella lettura e commento della rassegna stampa del mattino nel programma Prima Pagina in onda su Radiotre. Comprensibile l’imbarazzo dell’inviato di Repubblica, nel dover commentare una notizia che la riguardava. Scusandosi per l’inevitabile riferimento auto-referenziale, non si è tirata indietro spiegando il perché di quelle frasi pronunciate a Pisa e il motivo per cui le avesse tenute nascoste all’epoca dei fatti. “Se allora, in campagna elettorale, avessi denunciato una rottura all’interno della coalizione avrei fatto un danno enorme alla Bonino nella quale io credevo”. Insomma, dirigeva l’Unità, si è attenuta alla disciplina di partito.  Avesse fatto come i colleghi del Giornale, di Libero o del Fatto “avrei fatto un danno all’immagine alla campagna di Emma, al Pd e e al quotidiano che dirigevo”.

Sono seguite, soprattutto oggi, accuse reciproche: “avrei dato la stura a commenti volgari” taglia corto la De Gregorio, “non scrive  per i lettori ma per gli elettori” dice il Giornale, “fa la velina rossa” sostiene Libero. Il Fatto, invece, punta a capire i veri motivi per cui il Partito Democratico ha scelto un candidato per poi affossarlo. La tesi di Libero, che retrodata a quell’epoca un presunto accordo per favorire Fini e spaccare il Pdl, non convince Alessandro Ferrucci de Il Fatto. La questione è la sanità e il giro d’affari che ruota intorno al budget della Regione, all’80% dedicato proprio alle cure. “Gran parte è pubblico, ma una bella fetta è coperta dalle cliniche private, molte delle quali legate al Vaticano”, suggerisce IL Fatto. Aggiungendo inoltre, per confermare la tesi, la siderale distanza politica tra la Radicale, abortista, laica Bonino con, per esempio, una Binetti. Che infatti uscì dal partito. O di Silvia Costa, signora delle preferenze, che infatti diede indicazioni contrarie alla linea del partito.

Morale: la Bonino fece il pieno di consensi a Roma, ma fu sabotata in Provincia, un afflusso negato di voti sufficiente a farla arrivare seconda. Nel viterbese, l’ipercattolico Giuseppe Fioroni fece mancare il suo sostegno. Per non parlare poi dei mugugni procurati dalla Bonino stessa che teneva i piedi in due staffe: correva col Pd nel Lazio, era rivale in Piemonte. Al di là di ogni dietrologia e caccia all'”altissimissimo” dirigente gola profonda della De Gregorio (a proposito chiè: non Fioroni, forse Bersani, D’Alema, Bindi…?) ciò che è sicuro è che la scelta della Bonino non portò a nulla. Non a vincere nel Lazio, non a favorire Fini che si staccò più tardi da solo e senza truppe, non a facilitare i rapporti tra ex comunisti e ex popolari.