Coronavirus: Ponte Genova edili vogliono fermarsi, metalmeccanici sciopero. Gli infermieri? Non lo fanno

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 Marzo 2020 8:51 | Ultimo aggiornamento: 24 Marzo 2020 8:51
Coronavirus e lavoro: Ponte Genova edili vogliono fermarsi, metalmeccanici sciopero. Gli infermieri? Non lo fanno

Coronavirus: Ponte Genova edili vogliono fermarsi, metalmeccanici sciopero. Gli infermieri? Non lo fanno (Foto d’archivio Ansa)

ROMA – Coronavirus, lavorare o no al tempo del coronavirus e quali lavori sono essenziali e necessari per la sopravvivenza collettiva e quali davvero possono essere sospesi? E chi davvero decide la differenza tra un lavoro necessario e uno che si può fermare? Una autorità centrale, un governo, lo Stato insomma o le singole categorie, i gruppi di lavoratori? E qual è il confine, che pure c’è, tra il tutelare la propria salute e il chiamarsi fuori?

Coronavirus, gli edili che lavorano al Ponte di Genova ora vogliono fermarsi. E’ strategico, necessario il Ponte di Genova o può aspettare? I metalmeccanici della Lombardia scioperano, vogliono la chiusura di tutti gli stabilimenti dove lavorano, senza stare a distinguere se qui o là vi siano lavorazioni di componenti, macchine o utensili potenzialmente necessari o indispensabili ad altre filiere produttive, vogliono chiudere e basta, Lo stesso si preparano a fare i metalmeccanici del Lazio. I sindacati sono arrivati a pronunciare la parola sciopero generale.

Su scala minore (scala di dovuto minor rispetto per le motivazioni e le modalità) un bel po’ di dipendenti dell’Ama (i netturbini di Roma) si sono messi in malattia perché temono che i rifiuti in strada possano essere veicolo di contagio coronavirus, una epidemiologia fai da te…

Insomma a molti lavoratori, a molte categorie di lavoratori e a molto sindacalismo non basta l’accordo e lo stesso concetto di lavoro protetto. Giorni fa un accordo a tre, sindacati, governo, imprenditori per lavorare solo dopo sanificazione, a turni ridotti, con mascherine e guanti. E dove questo non c’era, allora chiudere. Ma molti lavoratori e molto sindacalismo giudica sbagliata l’idea stessa che fa da sottofondo all’accordo. Sono per la chiusura e basta. Come amano dire, senza se e senza ma.

In effetti una delle condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro, la principale, quella del distanziamento spesso non può materialmente essere rispettata. E questo giustifica il blocco o il rallentamento di alcune produzioni e giustifica anche il rifiuto a lavorare apparso qua e là negli stabilimenti. Ma l’idea che sottende alle minacce di sciopero è altra, è l’idea che andare a lavorare sia nell’interesse solo degli imprenditori (dei “padroni”) e che quindi lavorare per gli imprenditori non si fa se si rischia, anche minimamente, coronavirus. 

Non c’è dietro questo sindacalismo l’idea che si lavora, anche se con rischi doverosamente ridotti al minimo, per l’interesse collettivo. E’ un sindacalismo di categoria appunto. Non nazionale, di categoria. Sindacalismo che non assolve solo al dovere di esigere e imporre condizioni di sicurezza (quelle possibili) al lavoro, fa altro e cioè mette l’interesse di categoria e di gruppo prima di quello collettivo. Sindacalismo di parte che, difendendo la sua parte sociale, si chiama fuori dall’interesse generale.

Che vuol dire? E se lo facessero gli infermieri di chiedere uno stop, ecco che vuol dire.