Coronavirus, meno share più fatturato. Si prova a cambiare linea e comunicazione

di Lucio Fero
Pubblicato il 27 Febbraio 2020 9:59 | Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio 2020 9:59
Coronavirus, meno share più fatturato. Si prova a cambiare linea e comunicazione

Coronavirus, meno share più fatturato. Si prova a cambiare linea e comunicazione (Foto Ansa)

ROMA – Coronavirus, meno share più fatturato. Almeno d’ora in poi, almeno ci si prova a cambiare la linea d’azione del governo e il tono della comunicazione di tutti, politici e giornalisti finora uniti nel cercare il massimo di share. Letteralmente ad ogni costo.

Per giorni e giorni l’imperativo principe cui si è attenuto il governo è stato: facciamo quel che dice la gente, facciamo sentire la gente sicura, seguiamo la gente anche nelle sue paure, facciamo in modo di piacere alla gente mostrandoci determinati. E, soprattutto, facciamo in modo che poi domani nessuno possa dirci di non aver fatto. Ci si perdoni lo sproporzionato paragone, un po’ la stessa molla che spinge i sindaci ai blocchi del traffico anti inquinamento. Non servono ma, se non li fai, magari qualcuno ti denuncia per omissione di qualche legge…

Ma nei primi giorni governo, istituzioni e politici non temevano certo le Procure (arriveranno poi ineluttabili, ma questo è altro e diverso problema). Nei primi giorni tutti temevano il coronavirus e l’impopolarità se non fosse stata dichiarata guerra spietata e senza quartiere al contagio. Tutti: Salvini che oggi rimprovera al governo di star soffocando l’economia con i blocchi anti contagio delle attività, per giorni tempestava che governo faceva poco, che bisognava chiudere e di più. La propaganda leghista veicolava l’idea della chiusura delle frontiere, una cosuccia da nulla dal punto di vista economico, a frontiere chiuse in tre settimane l’Italia resterebbe letteralmente senza benzina, grano, latte…

Nei primi giorni e per lunghi giorni era bravo il governo che chiudeva la Zona Rossa e la Zona Gialla, era bravo il Presidente di Regione che chiudeva le scuole. Anzi era gara ad essere bravi, a Napoli il sindaco De Magistris si inventava la disinfestazione per chiuderle le scuole (in assenza di casi sospetti di coronavirus). E i cittadini si comportavano di conseguenza: bravo chi individua uno che viene dal Nord e lo segnala. La politica nazionale locale, di maggioranza e di opposizione per giorni ha cercato il massimo di share tra la pubblica opinione.

La politica tutta fiancheggiata dalla comunicazione tutta. Tra i giornalisti bravo chi segnala un caso sospetto, chi annuncia casi qua e pure là, più o meno con regolare omissione sul fatto che i contagiati forse sì forse no stessero bene, magari a casa (non c’è spazio nell’informazione concitata per questi particolari). Davanti agli ospedali presidio fisso, postazione redazionale avanzata in attesa di dare per primi e in fretta l’annuncio di un altro caso, magari altri due. Oppure a ripetere all’infinito le stesse parole capitanate dalla parola madre: emergenza!!!

La comunicazione cercava, anche e soprattutto in terra e tema coronavirus , il massimo di share, il massimo di ascolto. Anche a costo di imprecisioni, arruffamenti, contraddizioni e, non di rado, sciocchezze a valanga nei contenitori televisivi. D’altra parte, avendo allevato negli ultimi due decenni un ceto politico capace di fare solo e soltanto campagna elettorale e un per così dire ceto giornalistico che considera l’acme professionale il suonare al citofono….della gente, non poteva che andare così. Tutti a cercare il massimo dello share! I fatti, le proporzioni, il come e il quanto dell’epidemia? Se aiutano lo share bene, altrimenti…

Poi, dopo giorni, la gente che invocava e pretendeva mascherine si è trasformata in gente che ci rimette soldi. Niente viaggi, niente spettacoli, niente bar, meno lavoro e produzione, iniziative annullate o rinviate, l’economia che prende la febbre. E allora si prova a cambiare linea d’azione e comunicazione. Milano riapre un po’, un po’ di movida e domani forse i musei e poi magari qualcosa d’altro. Dal Veneto imprenditori e commercianti fanno sapere che così vanno in rovina. Dal Piemonte il governatore interpreta molto lamento e fa sapere che lì si può tornare alla normalità.

Governo capisce l’antifona e fa sapere d’ora in poi tamponi solo, come logico, a chi ha dei sintomi. Calerà dunque la progressione dei contagi. E sta montando la pressione di molti che, senza esplicitarlo, mettono sul piatto un calcolo cinico: di qua miliardi di euro, forse addirittura mezzo punto di Pil, in fumo e di là qualche decina di cittadini dall’organismo già debilitato cui il coronavirus dà il colpo di grazia.

L’accenno di svolta non creerà particolari  problemi alla retorica onnicomprensiva di Giuseppe Conte, il premier sempre più si va specializzando non certo nel dire tutto e il suo contrario, piuttosto nel non dire nulla, un nulla incartato di incisi e ammiccamenti a un senso che ciò che lui sta dicendo non ha. Né creerà problemi alla propaganda di Salvini che prima voleva tutto chiuso e ora vuole tutto aperto ma chi se ne ricorda di prima? Neanche Zingaretti farà fatica a ricomporre la catena di banalità sul grande paese che affronta il, coronavirus. Insomma la politica più o meno ce la farà a cambiar musica, se coronavirus non ci mette la coda con nuovi focolai.

Più difficile virare anche di poco per la comunicazione. Come quelle enormi navi porta container o quelle petroliere lunghe 300 metri e più, la comunicazione ha bisogno di spazi e tempi ampi, molto ampi, per virare. Ma non vuole avere tempo (on line/on time il comandamento), ritiene di non aver spazio (la gente non vuole informazione complessa) e non sembra avere carte nautiche e quindi rotta diversa da quella che percorre ormai per consolidata inerzia: tu pubblica e titola, poi si vede…