La corte degli eletti all’estero: da Razzi a Di Girolamo. Il sistema non cambia

Pubblicato il 20 Dicembre 2012 12:22 | Ultimo aggiornamento: 20 Dicembre 2012 12:27
La corte degli eletti all'estero: da Razzi a Di Girolamo. Il sistema non cambia

Silvio Berlusconi e Antonio Razzi (Foto Lapresse)

ROMA – Gli italiani all’estero torneranno a votare con le stesse regole che 7 anni fa hanno fatto spuntare brogli, raggiri e residenze fasulle. A ricordarlo è un dossier del Sindacato Dipendenti della Farnesina che accusa: “Col sistema in vigore è facile fare incetta di plichi elettorali”. Anzi di più: “Così com’è spalanca un vero e proprio mercato all’ingrosso delle schede elettorali”. Ma come dimenticare i vari Razzi, Pallaro, Di Girolamo, ecc. sbarcati in Parlamento portando dietro di sé uno strascico di polemiche e irregolarità.

La legge assegna alle nostre comunità estere 12 deputati e 6 senatori divisi in 4 immense circoscrizioni planetarie: Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale, Africa, Asia, Oceania e Antartide. Voti che rischiano di essere determinanti, come fu il peso dell’italo-argentino Luigi Pallaro sul governo Prodi. Si presentò dicendo “chiunque vinca io starò con l’esecutivo” e per mesi  tutti a chiedere: “C’è Pallaro? Il governo Prodi va sotto?”.

Come lui sono tanti i “personaggi indimenticabili” che il voto all’estero ha prestato alla politica. Sergio Rizzo sul Corriere della Sera ne ricorda alcuni:

l’ingresso a Palazzo Madama di uomini come il ricco Juan Esteban Caselli, detto «El obispo», il vescovo, assai discusso per i suoi rapporti coi militari ai tempi della dittatura di Videla e coinvolto dal ministro dell’Economia Domingo Cavallo nelle accuse di traffico di armi e altre faccende finite al centro del giornalismo d’inchiesta di Buenos Aires.

E il tristemente noto Antonio Razzi, protagonista insieme a Scilipoti del più spettacolare voltagabbana dell’ultima legislatura.

Sancito dal voto di fiducia al Cavaliere nella drammatica giornata del 14 dicembre 2010 e spiegato nella confessione registrata di nascosto dal collega Francesco Barbato: «Se si votava il 28 marzo com’era in programma, io per 10 giorni non pigliavo la pensione. Hai capito? Io ho detto: ché, se c’ho 63 anni, giustamente, dove vado a lavorare io? In Italia non ho mai lavorato. Che lavoro vado a fare? Mi spiego? Io penso anche per i cazzi miei. Io ho pensato anche ai cazzi miei. Non me ne frega. Perché Di Pietro pensa anche ai cazzi suoi… Mica pensa a me. Perciò fatti un po’ i cazzi tua e non rompere più i coglioni. E andiamo avanti. Così anche tu ti manca un anno e poi entra il vitalizio».

E ancora, come non ricordare Nicola Di Girolamo?

Entrò al Senato con 25 mila voti. Poi saltò fuori, come avrebbe accertato la magistratura, che non viveva neppure all’estero: «Ha dichiarato falsamente di essere residente in Belgio, nel Comune di Etterbeek, Avenue de Tervueren n. 143. Tale affermazione si è subito rivelata falsa in quanto, tra l’altro, nel territorio del Comune di Etterbeek non esiste alcuna Avenue de Tervueren n. 143. Il Di Girolamo risultava assolutamente sconosciuto all’anagrafe belga». Non bastasse, emersero rapporti d’affari con la ‘ndrangheta

Forse suggeriscono dal sindacato dei dipendenti del Mae, sarebbe meglio l’adozione di un sistema di “voto remoto, con procedure totalmente informatizzate, sul modello adottato in Francia per le elezioni politiche 2012″. E se qualcuno obietta sui rischi per la sicurezza, si può sempre argomentare che un sistema informatico sarà sempre “infinitamente più sicuro di quello attuale…”.