Cosa c’è in quelle lettere “riservate”? C’è Cossiga che partecipa ai suoi funerali

Pubblicato il 17 agosto 2010 15:19 | Ultimo aggiornamento: 17 agosto 2010 17:55
cossiga

Francesco Cossiga

Cosa c’è nelle quattro lettere-testamento “personali e riservate” che Francesco Cossiga ha lasciato indirizzandole a Giorgio Napolitano capo dello Stato, Renato Schifani presidente del Senato, Gianfranco Fini presidente della Camera e Silvio Berlusconi presidente del Consiglio? Cossiga le ha scritte e meditate quando già temeva per la sua vita, forse già intuiva, “sapeva” della sua morte. E Cossiga non è mai stato uomo dagli scritti banali e di circostanza. Certamente quelle tre lettere Cossiga non le ha scritte per se stesso ma per i posteri. Sono testi con cui l’ex presidente della Repubblica e protagonista della vita politica italiana ha voluto lasciare traccia di sè. Traccia o anche testimonianza a futura memoria?

Le prime indiscrezioni riguardo al contenuto delle tre missive parlano di “disposizioni per il suo funerale”. Ma anche se solo di questo si tratta, non si annuncia necessariamente come materia “neutra”. Eventuali modalità, inclusioni, esclusioni del rito funebre che verrà potrebbero essere significative: chi scrive la sceneggiatura del suo funerale tratteggia il senso della sua vita. Sia che Cossiga abbia come ultima volontà prescritto un funerale di riconciliazione, sia che abbia invece scelto di marcare confini e accenti del rimpianto istituzionale a lui dovuto, in ogni caso si tratterà di un testamento politico tutt’altro che formale.

Ma, prima che quelle lettere vengano rese note, è inutile dissimulare che il loro contenuto è atteso con un misto di rispetto, curiosità, speranza e ansia. Cosa c’è, cosa ci potrebbe essere in quelle lettere? Una rilettura del dramma umano e politico della morte di Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse? L’estremo e indomabile rimpianto per non avergli salvato la vita? Solo questa umanissima emozione, questo dolore mai spento o anche una riflessione sul percvhè e sul come Moro morì? O forse in quelle lettere c’è ancora qualcosa su Gladio, l’organizzazione segreta anti rivoluzione comunista in Italia? Qualcosa che ancora non è noto? O solo la rivendicazione orgogliosa da parte di Cossiga del patriottismo di quella scelta? E c’è, ci può essere in quelle lettere qualcosa che l’ex ministro degli Interni Cossiga in vita non ha mai detti del tutto sui misteri italiani: Ustica, la strage di Bologna, gli anni delle stragi? Cossiga ha voluto lasciare per iscritto i suoi dubbi, le sue pene al riguardo o perfino i suoi sospetti?

O ancora, a un passo dalla fine, Cossiga ha voluto essere in quelle lettere quanto mai contemporaneo? Ha lasciato neo su bianco qualcosa del molto che sapeva e pensava dell’ex Pci e dei suoi uomini? O qualcosa dei suoi umori o dei suoi giudizi su Silvio Berlusconi? Oppure ancora tutto ha preso la forma di un sia pure indiretto messaggio al paese? Chi ha conosciuto e frequentato Cossiga sa che questi interrogativi non sono infondati o capziosi, men che mai irrispettosi del momento. A Cossiga sarebbe piaciuto esser vivo in queste ore, nelle ore dopo la sua morte. Esser vivo e protagonista, partecipare al suo funerale. Con quelle tre lettere lo ha fatto, è proprio questo che ha fatto. Cossiga non c’è più ma è ancora un altro dei tanti giorni in cui ci si aspetta che Cossiga parli.

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