Credito cooperativo, chiesto rinvio a giudizio per Verdini e Dell’Utri

Pubblicato il 14 Marzo 2013 16:05 | Ultimo aggiornamento: 14 Marzo 2013 16:09
Credito cooperativo, chiesto rinvio a giudizio per Verdini e Dell'Utri

Credito cooperativo, chiesto rinvio a giudizio per Verdini e Dell’Utri

FIRENZE – Per Denis Verdini e Marcello Dell’Utri è stato chiesto il rinvio a giudizio dai pm di Firenze nell’ambito dell’inchiesta sulla Banca Credito Cooperativo Fiorentino. Le richieste di rinvio a giudizio riguardano 67 persone e due società. I reati ipotizzati dai pm sono di bancarotta e truffa

L’inchiesta sul Credito Cooperativo fiorentino, Ccf, presieduto da Verdini fino al 2010, ha incrociato anche quella senese su Monte dei Paschi di Siena, Mps, in particolare per un prestito da 150 milioni concesso nel 2008 da un pool di banche all’impresa Btp.

Nelle scorse settimane i magistrati senesi che indagano su Mps e quelli fiorentini titolari dell’inchiesta sul Ccf hanno ascoltato insieme, come persone informate sui fatti, alcuni esponenti politici del Pd ed ex Pdl su un documento che ha in calce i nomi di Verdini e dell’esponente del Pd senese Franco Ceccuzzi.

Nel documento si parla di accordi che riguardano sia Mps sia alcune amministrazioni locali. In particolare questi ultimi atti sarebbero finiti in un nuovo fascicolo e non sarebbero quindi menzionati nella richiesta di rinvio a giudizio per il Ccf.

La richiesta di rinvio a giudizio, trasmessa dai pm al gup, è stata depositata anche dal pg il 14 marzo, durante l’udienza in corte d’appello civile a Firenze sul reclamo dei vertici del Ccf contro l’insolvenza della banca dichiarata dal tribunale civile di primo grado.

Fra i reati ipotizzati nell’indagine anche l’associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita. La truffa ai danni dello Stato è invece riferita a circa 20 milioni di contributi all’editoria per tre giornali locali toscani i cui editori sarebbero riferibili a Verdini. 

Proprio in seguito alla dichiarazione di insolvenza, i pm fiorentini contestarono la bancarotta, che sarebbe legata a una serie di ‘distrazioni’, fra cui una da 3,2 milioni nei confronti di Dell’Utri.