Il Giornale contro D’Alema: “Fa il paladino della morale. E la missione Arcobaleno? E la sanità pugliese?”

Pubblicato il 1 Marzo 2011 14:09 | Ultimo aggiornamento: 1 Marzo 2011 14:09
massimo d'alema

Massimo D'Alema

ROMA – Massimo D’Alema “oggi” si erge a “paladino della morale” contro Silvio Berlusconi su Ruby e su Gheddafi, ma “ieri”, ricorda Giancarlo Perna su Il Giornale, il suo nome è stato associato a vicende non proprio cristalline. Dallo scandalo sulla sanità pugliese alla missione Arcobaleno, passando per Gianpi Tarantini, l’elenco di Perna è piuttosto dettagliato.

Dopo il caso Ruby, scrive Perna, il presidente del Copasir “ha prete­so che il Cav comparisse al Copasir per giustificare i festi­ni. Che c’entra la sicurezza nazionale, direte voi? Non c’entra, è solo ipocrisia. Max ha dato a intendere che si pre­occupava per l’incolumità del Berlusca – lui che lo anni­chilirebbe all’istante se gli ga­rantissero l’impunità­ messa a rischio dalla sua dissennata condotta. In realtà voleva so­lo emulare i magistrati dan­do in pasto al pubblico la vita privata del Mostro. Il Cav, che non è scemo, manco gli ha risposto”.

Poi Perna passa ad analizzare i commenti di D’Alema su Gheddafi: “Allora, D’Alema si è impancato sui fatti di Li­bia e ha accusato il Berlusca di avere fatto lo stuoino di Gheddafi. Al tempo, Max. Questo potremmo dirlo io o i lettori”. Utilizzando il “tu”, Perna immagina di rispondere a D’Alema: “da mi­nistro degli Esteri te ne anda­vi a braccetto per Beirut col capo di Hezbollah, devi stare zitto e mosca”.

Perna passa poi ad elencare le vicende poco limpide nelle quali, direttamente o indirettamente, l’ex premier si è trovato invischiato: “In queste ore, sei coinvolto nello scandalo sanità in Pu­glia. Il tuo stretto amico, ex as­sessore regionale alla Sanità, ora senatore Pd, Alberto Te­desco, rischia il carcere e tu le stai provando tutte per sot­trarlo, via immunità parla­mentare”.

Poi è il turno di Gianpi: “Inoltre,l’im­prenditore sanitario, Gianpa­olo Tarantini, che sembrava solo un commensale bunga bunga del Cav, appare sem­pre più uno dei tuoi. Tu smen­tisci, ma lui è un fiume in pie­na. Dice che andavate insie­me per mare, che avete amici­zie comuni e che ha fatto per te cenone elettorale in cui ti sei strafogato. Insomma, pa­re che tu, sulla malfamata sa­nità pugliese, la sappia lun­ga”.

Perna va indietro nel tempo, andando a ripescare una vicenda del 1985: “Prendesti soldi di straforo da Francesco Cavallari, il Tarantini del­l’epoca? Durante una cenet­ta intima ti infilò in tasca ven­ti milioni. Si seppe solo dieci anni dopo per ammissione di Cavallari davanti al pm Alber­to Maritati. Lo confermasti poi anche tu e Maritati – che ormai non ti poteva persegui­re per sopravvenuta amnistia – elogiò le tue «leali dichiara­zioni »”.

Poi la missione Arcobaleno (all’epoca D’Alema era presidente del Consiglio): “Eri a Palazzo Chi­gi­e dichiarasti guerra alla Ser­bia, la sola alla quale l’Italia abbia partecipato dopo il 1945: anche questo hai sulla coscienza. I bombardamenti in Kosovo, provocarono un mare di profughi. Poi, da tipi­co coccodrillo, hai cercato di risarcirli con un caravanser­raglio di aiuti – l’operazione Arcobaleno, appunto- che in breve si rivelò una fonte di ru­berie, stando almeno al pm barese, Michele Emiliano. Ti indignasti da par tuo: «Scan­dalo inventato. Manovre da bassa cucina». Ma il pm arre­stava a frotte i tuoi amici e so­dali, i compagni della Cgil, ecc. Poi, di colpo, Emiliano la­sciò l’inchiesta per candidar­si sindaco di Bari. Nel 2004, fu eletto alla testa di una coali­zione di sinistra che faceva ca­po a te”.

Il nome di D’Alema ritorna, continua Perna, anche nella “scalata Telecom da par­te dei «padani», Colaninno ­il cui rampollo è con te in Par­lamento – e soci. Eri premier e ti innamorasti subito di que­sti «capitani coraggiosi». Per favorire il loro arrembaggio impedisti all’allora (e oggi di nuovo) ad, Bernabè, di tenta­re contromosse. Ricordi? Fa­cesti mancare il numero lega­le alla riunione da lui voluta ingiungendo a Tesoro e Bankitalia di non partecipa­re. Mario Draghi, che allora era al ministero, rimase incre­dulo e pretese da te un ordine scritto. Lo ebbe. Il noto Gui­do Rossi (uno della tua par­rocchia), per stigmatizzare l’ingerenza,coniò un’immor­tale definizione del tuo pre­mierato: «Palazzo Chigi è l’unica merchant bank dove non si parla inglese». Ovvia­mente, si malignò di torna­conti ma, restarono voci, e la cosa finì lì”.