Dell’Utri, colpo di scena. Presidente Libano non firma, estradizione a rischio

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 Maggio 2014 12:29 | Ultimo aggiornamento: 24 Maggio 2014 12:29
Marcello Dell'Utri (foto LaPresse)

Marcello Dell’Utri (foto LaPresse)

ROMA – Marcello Dell’Utri potrebbe restare in Libano. Non conta la richiesta di estradizione venuta dall’Italia, non conta il sì alla stessa richiesta del Libano. E non conta neppure che la condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa sia nel frattempo diventata definitiva.

Conta un cavillo. Ovvero che quell’estradizione, decisa dal Parlamento, deve essere firmata dal presidente libanese Michael Soleiman. E per ora non lo è stata. Questione di tempo? Forse. Ma mai come in questo caso il tempo è un fattore chiave.

Perché come scrive Sandra Amurri sul Fatto Quotidiano nell’ultima Gazzetta Ufficiale libanese la firma di Soleiman per Dell’Utri non c’è e soprattutto, alle 24 di oggi 24 maggio Soleiman non sarà più presidente del Libano. Insomma, se non firma oggi la questione estradizione slitta, almeno fino a ottobre.

Scrive il Fatto che a questo punto le ipotesi sono due.

   La prima. Se il decreto non verrà firmato entro oggi dal presidente, Dell’Utri è salvo: della sua estradizione se ne riparlerà dopo l’elezione del nuovo presidente e, in realtà, verosimilmente non prima di settembre-ottobre, quando verrà formato pure il nuovo governo. La seconda – che ci viene rivelata da fonti interne all’ospedale
– è che all’ex senatore potrebbero essere concessi gli arresti domiciliari che in Libano consistono nell’obbligo di firma o nel divieto di uscita in alcune ore. Resta il giallo della firma mancante del presidente Soleiman.

Era stato proprio il primo ministro, Tammam Salam, a portargli il decreto, domenica durante il Consiglio Supremo della Difesa nel palazzo Baabda, come ci conferma con tono sbalordito una fonte accreditata del ministero della Giustizia, la stessa che rivela: “Sono intervenute forti pressioni politiche” sul capo dello Stato, che ancora sperava nella modifica della Costituzione per un prolungamento del suo mandato. Soleiman, com’è noto, è uomo di Saad Hariri, amico di Silvio Berlusconi come l’ex presidente libanese, ricandidato alle presidenziali, Amin Gemayel (il cui nome ricorre anche nell’affaire Scajola-Matacena).

Se il mittente delle pressioni è Berlusconi non stupisce che abbia fatto di tutto per evitare che il suo amico Marcello, verso cui ha un grosso debito di riconoscenza, finisse in carcere. Come ammise Dell’Utri stesso (in un’intervista del 2006 a Claudio Sabelli Fioretti) parlando della sua prima condanna, quella per falso in bilancio: “L’importante è che non mi condanni Berlusconi. Qualsiasi cosa abbia fatto l’ho fatta per lui”.

Frase a cui va aggiunto, come si ricava dalle sentenze palermitane, che Dell’Utri intrattenne rapporti stretti con Cosa Nostra anche per “proteggerlo” da sequestri ed estorsioni fino a fargli assumere come stalliere ad Arcore il boss Vittorio Mangano, poi definito “un eroe”.