Luigi Di Maio molla Salvini: “Chiuso con Lega. O governo col Pd o si torna al voto”

di redazione Blitz
Pubblicato il 24 aprile 2018 20:14 | Ultimo aggiornamento: 24 aprile 2018 21:07
Luigi Di Maio molla Salvini: "Chiuso con Lega. O governo col Pd o si torna al voto"

Luigi Di Maio molla Salvini: “Chiuso con Lega. O governo col Pd o si torna al voto”

ROMA – “Con Salvini abbiamo chiuso e chiedo al Pd di venire al tavolo”. Così il capo politico dei 5 Stelle Luigi Di Maio ha definitivamente chiuso il famoso forno con la Lega e si è voltato a 360 gradi verso il Pd. Ma avverte: “Se salta questa possibilità si torna al voto”.

Ad aprire uno spiraglio all’ipotesi di un governo Pd-M5s era stato il segretario reggente dei dem Maurizio Martina che, al termine dell’incontro esplorativo con il presidente della Camera, Roberto Fico, ha affermato: “Se M5S chiude definitivamente alla Lega, il Pd si impegna ad approfondire un percorso comune”.

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M5s non aspettava altro: la delegazione grillina, composta dal capo politico Luigi Di Maio e dai capigruppo Giulia Grillo e Danilo Toninelli, ricevuta nel pomeriggio dall’esploratore Fico, ha subito esaudito la richiesta. “Qualsiasi discorso con la Lega si chiude qui”, ha detto Di Maio.

E ha rilanciato: “Chiedo al Pd di venire al tavolo non subito a firmare il contratto ma a verificare se ci siano i presupposti per metterlo in piedi. Rispetto le dinamiche e i tempi del Pd, ma è chiaro che dobbiamo vederci, ci facciano sapere quando sono disponibili”. “E’ chiaro che qualsiasi contratto sarà sottoposto al voto degli iscritti della piattaforma Rousseau”, ha detto Di Maio.

Ora è lo stesso Pd a chiedere tempo al Quirinale per una discussione interna e Sergio Mattarella lo concederà. Si tratta ovviamente di aspettare le conclusioni del giro di esplorazione di Roberto Fico e cosa dirà giovedì al capo dello Stato. Ma ci sono due considerazioni doverose a questo punto: la prima è che sulla carta non esistono altre strade da percorrere per la formazione di un nuovo Governo. La seconda è più complessa ma pesa consistentemente nello scenario d’emergenza: la possibilità di un Governo traghettatore per fare la legge di Bilancio 2019 e modificare il Rosatellum è al momento inesistente. Almeno sentendo le affermazioni dei leader degli schieramenti.

Luigi Di Maio lo ha detto brutalmente oggi, Salvini lo ripete da tempo e anche Silvio Berlusconi, forse costretto dal suo alleato leghista, ha pronunciato la fatidica frase: “Meglio allora tornare al voto”. Al Quirinale sono consapevoli delle difficoltà e hanno cercato di imprimere un’accelerazione la scorsa settimana. Ma da oggi dovranno mettere in preventivo un nuovo rallentamento, si spera operoso. Una “slow motion” tutta targata Pd che come ha bonariamente riconosciuto Di Maio “ha i suoi tempi che rispettiamo”.

Anche la ciambella di salvataggio del Governo del presidente sembra in queste ore sgonfia. E il ritorno al voto a Ottobre risale nel borsino della politica. La mossa di Sergio Mattarella ha quindi svegliato il Pd dal torpore tattico nel quale si era cullato sin dal 4 marzo.

Sarà quindi il presidente pentastellato della Camera a dover fare tramite per questa nuova dilazione che si proietta prepotentemente nel mese di maggio. Sarebbero così passati 60 giorni dalle elezioni. Il Pd sembra sorpreso di essere stato chiamato nel giro di quelli che contano per la formazione del nuovo Governo, quando invece era da almeno 50 giorni che Di Maio – in una sorta di poligamia politica – lo corteggiava, pur avendo dichiarato che erano una seconda scelta rispetto al vero amore salviniano.

Ciò detto, se Fico constaterà che tra M5s e Pd sta nascendo una storia seria, l’esploratore non avrà altra scelta che tornare da Mattarella e dirgli: “Caro Presidente, vedo una possibilità ma mi serve tempo”. Quanto tempo? Qui si apre il problema: il tempo stringe, soprattutto per il Quirinale. Se poi venisse confermata l’indiscrezione che Orfini, presidente dell’assemblea, intende convocare la direzione del Pd non prima del due maggio, qualche interrogativo si pone.

Oggi lo ha sancito il segretario reggente, Maurizio Martina: “Serve una direzione per valutare”. E il Pd non è certo un esempio di agilità decisionale. “La direzione va preparata”, dicono alcuni parlamentari Dem.