Dopo Ruby, grazia a Berlusconi? Giorgio Napolitano: “Capitolo chiuso”

Pubblicato il 20 Luglio 2014 9:16 | Ultimo aggiornamento: 20 Luglio 2014 10:20
Dopo Ruby, grazia a Berlusconi? Giorgio Napolitano: "Capitolo chiuso"

Napolitano e Berlusconi: grazia a te? tu chiedila, ci penserò

ROMA – Giorgio Napolitano non intende concedere la grazia a Berlusconi per tutte le sue malefatte, condanne e processi in corso, nemmeno dopo l’assoluzione nel processo Ruby e nemmeno dopo che Berlusconi ha scelto per sé il ruolo di padre della Patria, garantendo la conclusione del processo di riforme istituzionali, inutili quanto dannose, che stanno tanto a cuore a Matteo Renzi.

Il messaggio è affidato a Claudio Tito di Repubblica. Il quotidiano pubblica la notizia con grande evidenza, sotto un grande titolo in prima pagina:

“Grazia a Berlusconi il Colle non cambia idea: è un capitolo chiuso”.

Berlusconi a sua volta,

si è affidato al Corriere della Sera e a Tommaso Labate per fare sapere che a lui della grazia non importa nulla: “Non è un tema in agenda. E neppure serve, tra l’altro”.

Sembra quasi che Berlusconi si aspettasse l’uscita del Quirinale e abbia voluto giocare d’anticipo. Forse ha captato l’onda negativa di ritorno dopo le pressioni dei suoi a seguire la sentenza.

Che poi quella di Napolitano sia davvero di una posizione irremovibile o una posizione tattica, esattamente come quella di Berlusconi, lo si scoprirà nei prossimi giorni e mesi. Il nodo è politico e non è da poco. Berlusconi vuole un “motu proprio” del Presidente della Repubblica, come si addice al “Papi della Patria”. Sarebbe un rientro alla grande nel grande gioco politico. La legge però non lo prevede e non lo permette, bisogna che qualcuno, qualcuno che la legge individua, la chieda, il condannato o un parente. Qui si è incarognito tutto. Il gioco è grosso, la posta è pari al piatto, Berlusconi sa giocare duro ma davanti ha il fiore dell’intelligenza burocratica italiana.

Nelle varie occasioni in cui il tema era emerso nei mesi scorsi, era parso che Berlusconi avesse rinunciato alla grazia, preferendo aspettare l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica anche con i voti di Forza Italia. Ma la temperanza non è nelle caratteristiche di Berlusconi e ora, gasato dalla sentenza di Milano, vuole tutto subito.

Scrive Claudio Tito:

“L’ipotesi di concedere la grazia a Silvio Berlusconi è una pratica che appartiene al passato. Il Quirinale su questo punto non cambia idea. La linea seguita dal presidente della Repubblica dall’agosto del 2013 ad oggi non può essere modificata”.

Dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano, informa Claudio Tito, “l’intero centrodestra e soprattutto i salotti forzisti” hanno subito iniziato a parlare di
“grazia, ma non solo”

anche una sorta di “sostanza politica”:

“Un gesto in grado di suggellare quella che molti definiscono la «pacificazione ». E che non potrebbe non prendere le forme di una specie di “scudo” che lo difenderebbe dalla sentenza già passata in giudicato e dai processi ancora in corso. Il punto finale – o iniziale – del percorso riformatore imboccato negli ultimi mesi”.

A leggere Claudio Tito, non c’è trippa per il gatto Berlusconi:

“La questione è stata già ripetutamente trattata. E al Quirinale è stata anche affrontata e archiviata con una serie di documenti e dichiarazioni ufficiali. Le cui conclusioni non sono mai state modificate: non ci sono le condizioni per concedere la grazia. Il caso va considerato chiuso”.

Claudio Tito riepiloga “la cronaca degli ultimi 11 mesi”:

“Il primo atto formale di Napolitano su questo punto risale a poco meno di un anno fa. Era il 13 agosto 2013 e Berlusconi era stato da pochi giorni condannato in via definitiva nell’inchiesta Mediaset. «Va chiarito – scriveva allora il capo dello Stato – che nessuna domanda mi è stata indirizzata cui dovessi dare risposta» e «negli ultimi anni si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda quale prevista dall’articolo 681 del Codice di Procedura Penale». Una formula piuttosto esplicita e chiara per dire che la procedura del “motu proprio”, ossia dell’iniziativa autonoma del Colle non era prevista. In quella nota Napolitano non anticipava nulla nel merito. Non dichiarava se avrebbe concesso la grazia o meno. Non avrebbe potuto farlo. Mancava il passaggio preliminare: la presentazione. E il primo compito del Quirinale – nel caso – sarebbe stato quello di verificare se quella richiesta era motivata: avrebbe avuto l’obbligo istituzionale di valutarla”.

Il gioco è politico e anche un po’ comportamentale. Berlusconi alzò la cresta e proclamò:

“Non andrò al Quirinale con il cappello in mano”.

Negli ultimi mesi del 2013, rivela Claudio Tito,

“ci sono stati incontri informali in cui la questione è stata riformulata [da] Gianni Letta e l’allora ministro per le riforme, Gaetano Quagliariello, quando ancora non si era consumata la scissione dell’Ncd dal Pdl. Ma in altre due occasioni nell’autunno del 2013, Napolitano ha nuovamente messo nero su bianco le sue considerazioni”.

 

E dato che le questioni di immagine di un leader politico si intrecciano con la politica, quando l’avvocato di Berlusconi Nicolò Ghedini escluse che i figli di Berlusconi chiedessero la grazia, Giorgio Napolitano fece diffondere questa nota:

“Non ci ha sorpreso la dichiarazione dell’avvocato Nicolò Ghedini, perché già da tempo al Presidente della Repubblica era stato escluso da persone vicine all’onorevole Berlusconi ogni ipotesi di questo tipo”.

Il 24 novembre 2013, sedici giorni dopo,

“un’altra precisazione ufficiale e piuttosto recisa: «Non ci sono le condizioni per l’intervento del capo dello Stato». Nella stessa occasione si fissava un paletto ancora più netto: «Non solo non si sono create via via le condizioni per un eventuale intervento del Capo dello Stato sulla base della Costituzione, delle leggi e dei precedenti, ma si sono ora manifestati giudizi e propositi di estrema gravità, privi di ogni misura nei contenuti e nei toni. Nulla è risultato più lontano del discorso tenuto sabato dal senatore Berlusconi dalle indicazioni e dagli intenti che nella dichiarazione dell’agosto scorso erano stati formulati». Il riferimento era alla manifestazione organizzata a Via del Plebiscito in cui Berlusconi parlò anche di «colpo di Stato»”.

[…]

“Infine la pietra tombale. Recentissima. Del 2 aprile scorso. Incontro al Qurinale tra Napolitano e Berlusconi. Oggetto del colloquio: le riforme. Alla fine, però, la discussione scivola sulle vicende giudiziarie. Il confronto diventa tesissimo, a tratti brusco. Con l’ex premier che reclamava la grazia come un «dovere» a carico del capo dello Stato. E quest’ultimo che rispondeva spiegando che è un diritto chiederla, ma non un dovere concederla. Non è un caso che pochi giorni dopo, il 28 aprile, ancora Berlusconi torni alla carica sfidando anche i magistrati. E in pubblico ripete: è un «dovere morale» concedergli un atto di clemenza.
Da allora, però, niente è cambiato. Nessuna condizione preliminare si è manifestata. Napolitano non cambia posizione: il caso è chiuso”.