Filippo Facci su Libero: “L’intervista di Travaglio in ginocchio da Grillo”

Pubblicato il 14 Giugno 2012 9:36 | Ultimo aggiornamento: 14 Giugno 2012 9:41

Beppe Grillo e Marco Travaglio

ROMA – Approda su “Libero” il carico di critiche per Marco Travaglio dopo l’intervista fiume sul Fatto quotidiano del 13 giugno a Beppe Grillo. Filippo Facci firma l’invettiva contro il giornalista e quella che viene definita “la non-intervista di zerbino-Travaglio in ginocchio da Grillo”, con tanto di vignetta evocativa che campeggia in prima pagina del quotidiano.

“Fermi tutti, Marco Travaglio ha lasciato la sua scrivania-patibolo e ci ha mostrato finalmente un’intervista coi controcazzi, di quelle che i colleghi maggiordomi non sanno fare perché «non fanno domande», insomma una cosa da insegnare nelle scuole, un forcing da mandare a letto i bambini, un micidiale passante che diverrà, presto, predicozzo da Santoro e pezzo di libro e di altro libro e ancora post sul blog e poi video in dvd e su youtube e spettacolo teatrale e raccolta differenziata di De Magistris. Cioè: Travaglio ha intervistato Grillo sul Fatto, mica bau-bau micio micio, ed eccovi subito un campionario di domande che spaccano, spiazzano e torturano: 1) «I partiti preparano liste civiche»; 2) «Il rischio è che fra qualche mese scavalchiate il Pd»; 3) «Il premier può non essere un parlamentare»; 4) «Poi vi tocca governare»; 5) «Ci vorrà un programma»; 6) «In Emilia brucia l’espulsione di Tavolazzi»; 7) «Bersani dice che vuol dialogare»; 8) «Anche Vendola»; 9) «Berlusconi ti sta studiando»”. 

Facci tira fuori “suggerimenti” e snocciola fatti su cui Travaglio avrebbe potuto incalzare intervista il leader del Movimento 5 Stelle.

Detto questo è anche vero: l’in – tervista fa schifo, ma non è per le domandeche ci sono, è per quelle che non ci sono: lo stile Rebibbia di Travaglio è partito per Hammamet. Travaglio ha fatto l’intervista nella villa di Grillo a Sant’Ilario: già che c’era poteva chiedergli della polemicuccia che a suo tempo lo associò ai dirimpettai Adriano e Ferruccio Sansa (rispettivamente ex sindaco di Genova e giornalista de Il Fatto) per via dello scavo di due piscine, e soprattutto del terrazzo di 100 metriquadricheGrillo fece interamente ricoprire. Poteva chiedergli della telenovela dei pannelli solari – pardon fotovoltaici – visto che l’ex amministratore dell’Enel, Chicco Testa, ha detto che «Grillo da solo consuma come un paesino» (20 kilowatt contro i 3 medi delle case italiane, cioè come 7 famiglie) ma che i pannelli al massimo producono 2 kilowatt, buoni per un frullatore. Poi Travaglio ha detto che c’era lì il fratello Andrea, detto Andreino perché è minore benché «pensionato »: poteva chiedergli qualcosa della Gestimar Immobiliare che rivendette a Beppe, così, per trasparenza. Non dico che doveva torchiare Grillo sulla Ferrari cabrio bianca, o su quella rossa, o sull’inquinantissimo Chevrolet Blazer rivestito in legno, o sulle barche, o sulla pubblicità della Yomo e altre sciocchezze pruriginose.

La vignetta su LIbero

L’articolo a tutta pagina continua contro Grillo

Resta il fatto che Grillo, in inverno, si avventurò in una strada di montagna chiusa al traffico: e morirono in tre, compreso un bambino. Travaglio forse non ha trovato i verbali, ma noi sì. Interrogatorio in aula, anno 1984, domanda: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada». In primo grado Grillo venne assolto con formula dubitativa (la vecchia insufficienza di prove, direbbe Travaglio) ma la Corte d’Appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e 4 mesi col ritiro della patente: «Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (…). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché l’imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà» ma non lo fece, anzi decise «consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione». Tre morti e un ferito. Più lui. Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che poi Grillo avrebbe inserito nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: anche se il reato fiscale di Biondi, in realtà, è stato depenalizzato e sostituito da un’ammen – da, tanto che, diversamente dal reato di Grillo, non figura nemmeno nel casellario giudiziario.