Fini: Rivedere la Bossi-Fini, ma senza scimitarra della propaganda

Pubblicato il 13 Maggio 2010 14:47 | Ultimo aggiornamento: 13 Maggio 2010 15:42

Gianfranco Fini

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, torna ad affrontare il tema dell’immigrazione e della cittadinanza agli italiani. E lo fa in un dibattito con gli studenti dell’Università di Pisa. Nel suo discorso, la terza carica dello Stato afferma di ritenere ancora valida la legge sull’immigrazione che porta il suo nome e quello di Umberto Bossi, ma sottolinea che su alcuni punti bisognerebbe apportare qualche modifica. Ad esempio concedendo la cittadinanza ai ragazzi nati all’estero ma che hanno fatto un ciclo di studi in Italia o, ancora, allungando i tempi concessi agli immigrati per trovare lavoro in Italia. Poi avverte: parliamone, discutiamone, ma lasciamo a casa la “scimitarra della propaganda”.

Parlando della legge Bossi-Fini, il presidente della Camera afferma: “Oggi la rivoterei e cambierei solo la norma che limita a sei mesi il tempo per un immigrato che deve trovare un lavoro per avere il permesso di soggiorno. Vista la congiuntura eleverei questo periodo ad almeno un anno”.

Fini difende i principi che ci sono nella “sua” legge rivolti a rafforzare la sicurezza, compresi i controlli sui clandestini. “Ma parlare di sicurezza – prosegue – vuol dire anche mandare i carabinieri e la guardia di finanza ai datori di lavoro che tengono gli stranieri senza contratto e in clandestinità solo per sfruttarli meglio”. In sintesi, secondo Fini, questa parte della legge vigente andrebbe meglio attuata.

Inoltre Fini sottolinea l’esigenza di riconoscere il diritto alla cittadinanza agli immigrati in Italia non solo per ius soli, ma anche “ai ragazzi nati all’estero ma che hanno compiuto un valido ciclo di studi in Italia”.

“Non credo che chi nasce in Italia –  ragiona il presidente della Camera – debba essere automaticamente nostro cittadino, se non ha provato di essersi integrato e di condividere i nostri valori. Ma allo stesso modo non mi interessa che applicando lo ius soli non possa mai diventare cittadino italiano perché è stato tolto dal grembo materno in un altro paese”. In sintesi per la terza carica dello Stato bisogna certamente cambiare lo ius sanguinis ora esistente, ma lo ius soli non va applicato meccanicamente perché “bisogna sempre tener conto del legame e dell’inserimento culturale dello straniero”.

Fini inoltre aggiunge: “Esiste un diritto umano fondamentale sia a lasciare il proprio territorio di origine, sia di richiedere l’ingresso in un’altra comunità socio-politica, dal momento che questo diritto discende dal riconoscimento dell’individuo come essere autonomo legittimato all’esercizio di diritti”.

“I pregi delle democrazie di impronta liberale non consistono – prosegue il presidente della Camera – nella podestà di chiudere totalmente le frontiere, bensì nella capacità di prestare ascolto alle richieste di coloro che, per motivate ragioni, bussano alle porte”.

In un altro passo del suo intervento, Fini sottolinea che, a suo avviso, “gli immigrati di seconda generazione non possono suscitare interrogativi inquietanti per la stabilità del nostro sistema sociale. Bisogna partire dalla constatazione che essi sono nati e cresciuti in Italia, che molto spesso non hanno un altro paese dove tornare e che hanno sviluppato esperienze di vita, legami sociali e orientamenti culturali all’interno del contesto in cui sono stati allevati”.

Infine la terza carica dello Stato risponde ad una domanda più prettamente “politica” e afferma: “Non credo alle marmellate politiche nelle quali alla fine i sapori sono tutti uguali”. Una frase molto applaudita dagli studenti di Pisa, molti dei quali hanno pensato al “corteggiamento” da parte del centrosinistra.