Fli si squaglia: e se Fini non sapesse “fare politica”?

di Lucio Fero
Pubblicato il 17 Febbraio 2011 14:03 | Ultimo aggiornamento: 17 Febbraio 2011 16:26

ROMA – E se Fini non sapesse fare politica? Anche se ai nostri giorni e latitudini  non gode di nessun prestigio, “fare politica” è competenza precisa, un mix di capacità innata e cultura acquisita. Fare politica è come fare un ponte o un intervento chirurgico, ci vuole scienza e non bastano la buona volontà e le ottime intenzioni. Diamole entrambe a Gianfranco Fini, sia la buona volontà che le ottime intenzioni. Nel cercare una destra italiana che sia quella della legge e dell’ordine e non del ciascuno fa come gli pare. Nel carcere di fare da argine al populismo che seduce, illude, corrompe. Però politica bisogna saperla fare.

Gianfranco Fini aveva un partito, si chiamava An, lo sciolse, anzi lo dissolse nel Pdl. Non glielo aveva ordinato il dottore, glielo aveva ordinato Berlusconi. Fin dall’inizio non sembrò a Fini un grande affare, della vicenda del “predellino”, Berlusconi che innalzatosi sulla portiera di una macchina proclamava il grande e unico partito, Fini aveva detto: “Siamo alle comiche finali”. E allora perchè si tuffò alla fine dentro la “comica”? E’ il senno di poi, ma, non avesse sciolto An, oggi, a dissenso esploso e marcato con il Berlusconi del bunga-bunga, Fini avrebbe evitato di pagare di fronte all’elettorato di centro destra il dazio del “tradimento”. Sarebbe stato un ex alleato che non ne poteva più, come fece a suo tempo niente meno che Bossi, quel Bossi che chiamava Berlusconi “mafioso” e che nessuna piazza di destra si è mai sognata di definire “traditore”.

Ancor prima Fini aveva avuto altra occasione: quando Casini si stacca da Berlusconi. Era quello il tempo del Terzo Polo, se Terzo Polo doveva essere. Casini si stacca per manifesta impossibilità di convivere con il padrone unico, ma Fini resta. Perde l’attimo e ora il Terzo Polo appare per lui solo un rifugio in tempo di tempesta, non una scelta. E infatti quell’elettorato di destra che a lui potrebbe guardare si sente stretto, “ospitato” nel Terzo Polo e quindi cerca una casa veramente sua o resta in quella di prima anche se troppo abitata dalle ragazze di Via Olgettina.

Poi finalmente Fini trova coraggio e dignità: fa Fli. La fa e la fa sfasciare in circa sei mesi. Fli si sta squagliando non solo al Senato, si sta squagliando nella testa della gente che guarda. Non era così appena pochi mesi fa e non lo dicevano solo i sondaggi. La destra di Fini non era certo un’alternativa ma cominciva a somigliare a una possibilità. Possibilità che Fini fa squagliare. L’errore non è quello della mozione di sfiducia a Berlusconi del 14 dicembre, in politica si vince e si perde. L’errore è la confusione che segue: Fli in brevissimo non è più “l’altra” destra, diventa un pezzo dei tanti “No Berlusconi”. L’errore non è tanto tenersi la presidenza della Camera, con quel che Berlusconi è capace di fare alle e con le istituzioni si può capire il voler mantenere un “blocco” a livello della terza carica della Repubblica. Ma Fini subisce, contempla lo “squaglio”, degrada a “possibilità rassegnata”. Insomma politica bisogna “saperla fare”, è una tecnica, una competenza. Può mancare anche agli uomini e alle donne di buona volontà, si può essere, putroppo, al “posto giusto” senza essere il leader giusto.