Gheddafi: Il “Basta” di Fini. Il leader libico non arriva, dopo due ore il presidente della Camera annulla l’incontro per “dignità e decoro”. Dopo due giorni d’Italia con il cappello in mano, scoppia l’applauso a Montecitorio

Pubblicato il 12 giugno 2009 19:35 | Ultimo aggiornamento: 12 giugno 2009 20:28

Lo applaudono, manca poco che lo abbraccino, è uno scroscio di dignità. Gianfranco Fini dalla tribunetta della Sala della Lupa a Montecitorio finalmente dice basta, a nome della Camera, del Parlamento tutto e stavolta a nome di tutta Italia. Basta a Gheddafi che da due giorni a Roma fa il comodo suo e inonda il paese ospite di maleducazione istituzionale e politica. Basta, lo stanno aspettando da più di due ore. Basta, è un’attesa che sta umiliando. Basta con questo leader straniero che tratta tutto e tutti come domestici e questuanti. Basta. Fini dice: «L’incontro è annullato per mia decisione, una decisione di cui mi assumo la responsabilità. Decido così per il decoro e la dignità delle istituzioni».

I telegiornali parlano di “incidente diplomatico” e tecnicamente è la definizione giusta. Ma è anche qualcosa di più, è la denuncia implicita di due giorni in cui l’Italia ha fatto da palcoscenico ad uno show, da “spalla” ad una esibizione presuntuosa, da scendiletto per chi si è sentito in potere di trattarci da paese con il cappello in mano.

Prima la discesa dalla scaletta dell’aereo vestito e addobbato con la foto al petto del combattente anti-italiano. Una sceneggiata inventata da Gheddafi per ricordare fin dal primo momento che lui si degnava a venire in un’Italia penitente. Poi lo sgarbo, la provocazione di usare l’Italia come tribuna per attaccare gli Usa, per denigrare lo stesso concetto di democrazia occidentale, per proclamare il Vaticano uno Stato teocratico, per irridere ai diritti umani. Per due giorni Gheddafi ha pensato di poter far tutto e per due giorni tutto ha potuto fare. Aveva di fronte un paese e un governo che, in cambio di gas e petrolio, spingeva il suo “pragmatismo” fino all’ossequio servile. Un paese e un governo che gli hanno permesso di rinfacciarci l’accordo sul respingimento dei clandestini come un’arma di ricatto. E non solo un governo: quel Rettore della Sapienza di Roma, quel Frati che lodava le amazzoni con fare allusivo volgare è stata per due giorni l’istantanea di un paese a capo chino, schiena piegata e sorriso cortigiano nei confronti del potente esotico, del nuovo ricco.

Poi, dopo due giorni pieni e pieni, addirittura colmi di inchini, finalmente il gesto di Fini. Che è servito e che subito ha mostrato che si poteva fare altrimenti, altrimenti accogliere Gheddafi. Il leader libico ha fatto sapere di aver tardato perchè stava male. È la versione ufficiale, data dopo il basta di Fini e non prima. La stessa reazione libica dimostra che troppo si era concesso, nella forma e nella sostanza. Dunque Gheddafi stava male, era stanco, tanto da non aver potuto avvertire. Diplomaticamente facciamo finta di credergli, non c’è motivo di litigare con la Libia, non c’era motivo per fargli credere che l’Italia fosse diventata una colonia.