Giornalisti: lo sciopero che non ci doveva essere. Italia: lo sciopero che, purtroppo, non c’è

Pubblicato il 8 Luglio 2010 15:32 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2010 20:06

La manifestazione del 1 luglio in Piazza Navona

C’è lo sciopero dei giornalisti. Uno sciopero che non ci doveva essere. Come diceva una vecchia comica gag, “per questo, questo e quest’altro motivo…”. Non ci doveva essere per un motivo, per dirla fina, “ontologico”. Cioè relativo alla natura di ciò che è, al come e perchè esiste una realtà. Non ci doveva essere lo sciopero perchè non ci doveva essere, neanche doveva venire in mente, una legge che boicotta le indagini giudiziarie e ne punisce la pubblicità. La prima cosa più grave e inaudita della prima: più e peggio che una “legge bavaglio”, quella in cottura è una “legge ganascia”: blocca, consapevolmente blocca, le ruote della giustizia. Voglia di “bavaglio” o almeno di “fazzoletto sulla bocca” aveva nutrito anche l’ultimo governo di centro sinistra. Nessuno può dire cosa sarebbe diventato il disegno di legge Mastella, di certo antipatizzava nella sua prima stesura con la piena informazione. Ma “legge ganascia” di certo non era, non faceva guerra alle intercettazioni come strumento di indagine.

Legge inaudita quella di Berlusconi, del Pdl e della Lega che apertamente confessa essere la “paga” la Berlusconi in cambio del federalismo, perchè nessuno al mondo ne pensa e ne fa una uguale. Magari il mondo scivola verso un eccesso di controllo causa sicurezza sociale minacciata. Tutto il contrario dell’Italia che si avvia a perseguire e punire solo il crimine “stupido”. Quello astuto e informato, quello che saprà fare slalom tra i limiti temporali alle intercettazioni, il diritto a rifiutare il giudice, l’impossibilità di trasferire prove da un processo all’altro, questo tipo di crimine abile e furbo si vedrà facilitato, di fatto perdonato a priori. Ma questa è l’Italia che c’è e, quando si dice Italia, non si intende solo il governo e la maggioranza parlamentare.

Non ci doveva essere questo sciopero anche per argomenti e motivi “minori”. Nonostante piaccia giocare e consolarsi con frasi ad effetto, effetto solo acustico, il “silenzio non grida”. Tradotto: stare senza informazione un giorno non è proprio la reazione più logica e conseguente se l’informazione te la stanno levando o “tagliando”. Secondo motivo: non sarà silenzio generale e assoluto. Alcuni quotidiani saranno in edicola e, quel che è peggio, la tv, le tv, faranno finta di stare in silenzio. Forniranno “notiziari ridotti”. Con quel che ogni giorno passa il convento dei tg, saranno notiziari migliori. Non proprio, anzi per nulla l’effetto di una giornata senza notizie. Terzo motivo: è andata nel dimenticatoio la circostanza per cui lo sciopero era stato indetto il 9 luglio perchè si pensava questo fosse il giorno in cui la legge cominciava ad essere votata. Non sarà il 9 luglio, forse sarà a settembre. Che si farà quel giorno se oggi si sciopera, si assalirà il “Palazzo d’autunno”? Quarto motivo: di che pasta e fibra e qualità è fatto il giornalismo italiano si vedrà non nel giorno degli scioperi ma nelle settimane e nei mesi della legge vigente. Allora si vedrà quale prezzo il giornalismo è disposto a pagare da atti di disobbedienza civile. Prezzo un po’ più alto di una giornata in busta paga. Quinto motivo: la qualità e la fibra del giornalismo italiano è stata sfibrata e lisa dalla regola redazionale adottata e praticata a destra e a sinistra, quella per cui la verità non deve far ombra alla notizia. Se non avesse gioiosamente obbedito a questa regola eticamente volgare, il già misero alibi della difesa della privacy sarebbe evaporato nelle mani di Berlusconi e del governo.