Giovanni Sartori sul Corriere della Sera: “La legge elettorale che ci vorrebbe…””

Pubblicato il 7 Novembre 2010 17:17 | Ultimo aggiornamento: 7 Novembre 2010 17:17

Scrive Giovanni Sartori, politologo fiorentino, sul Corriere della Sera che Costituzione e sistema elettorale dovrebbero rappresentare dei “punti fermi” e dei “problemi risolti” se l’Italia fosse “uno Stato ben ordinato”. Per Sartori, invece,   “la Costituzione viene sempre più stravolta da interpretazioni «materiali» di natura populistica che appunto la stravolgono” (forse scrivendo aveva in mente le singolari idee che si è fatto Silvio Berlusconi a proposito della origine della sua legittimazione) mentre  “torna prepotentemente in ballo il sistema elettorale”.

Interessante è l’analisi del passato: “La Prima Repubblica adottò un sistema proporzionale che funzionò discretamente fino alla caduta del potere democristiano”. Anche se “il proporzionalismo è esposto a […] degenerazioni”, in Italia “queste degenerazioni furono bloccate sia dalla malfamata «partitocrazia», sia perché il pericolo comunista non consentiva voti sprecati”. La Prima Repubblica fu così “governata da più o meno cinque partiti, uno dei quali, la Dc, era dominante. Ma questo edificio crollò con la fine del comunismo sovietico”.

Nel fervore referendario e riformatore dei primi anni ’90 fu adottato “un sistema per 3/4 maggioritario e per 1/4 proporzionale” che  avrebbe dovuto produrre “anche in Italia un sistema bipartitico all’inglese” che purtroppo però “non arrivò”. Sartori dice che “si sapeva benissimo” ma non lo spiega affatto e ci lascia un po’ al buio.

Prosegue il racconto: “Riacciuffato il potere, il governo Berlusconi-Bossi inventò un sistema inedito, il Porcellum, fondato su uno smisurato e inaccettabile premio di maggioranza. Un premio in virtù del quale la maggiore minoranza (anche se fosse soltanto, per esempio, del 30 per cento dei voti) conquista il 55 per cento dei seggi in Parlamento. Si capisce che questo sistema piaccia al Cavaliere, che lo dichiara intoccabile”.

Che fare? Qui il terreno si fa più difficile e Sartori annaspa, e non sembra avere soluzioni, limitandosi a dire che “i nostri esperti continuano a essere in disaccordo e anche a proporre sistemi elettorali fantasiosi”. Per questo sostiene l’idea di un referendum, che però nel nostro ordinamento è solo abrogativo e non si capisce bene quali effetti potrebbe produrre in assenza di una idea di sistema alternativo all’attuale. La conclusione, se non portasse la sua firma, sarebbe da bocciatura all’esame: “So bene che il referendum è un grosso sforzo ma produrrebbe una soluzione accettabile e sensata per tutti. Sarebbe l’ora”. Beato lui che è professore.