Gli astronomi cercano nuovi modi di comunicare con gli alieni

Pubblicato il 3 Febbraio 2010 13:34 | Ultimo aggiornamento: 3 Febbraio 2010 13:35

Un gruppo di scienziati da più di 25 anni invia dei messaggi nello spazio aspettando che qualcuno “là fuori” possa rispondere. Al momento però non c’è stata ancora nessuna risposta al segnale. Per questo, gli ideatori del programma «Seti» per la ricerca delle intelligenze extraterrestri, nato nell’ormai remoto 1984, si incontreranno in un atteso convegno ad aprile nella cittadina texana di League City per discutere un decisivo cambio di strategia.

Lo spiega uno dei suoi ricercatori, Douglas Vakoch: «Forse tutti stanno ascoltando e nessuno sta trasmettendo». L’idea, quindi, è diventare più attivi e cominciare a «sparare» raffiche di cartoline terrestri. Il più possibile. Finora, infatti, la rumorosissima umanità è stata reticente al di fuori della sua bolla azzurra. Si è limitata ad alcune placche in stile commemorativo installate sulle sonde della Nasa Pioneer 10 e 11 e a brevi registrazioni a bordo delle instancabili Voyager, attualmente in viaggio ai limiti del Sistema Solare.

Senza dimenticare il tanto celebrato messaggio del radiotelescopio di Arecibo, Puerto Rico, con destinazione l’ammasso globulare M13, che però ha due limiti tremendi: ci vorranno ancora 25 mila anni perché colpisca il bersaglio ed è così complicato – ha alzato il sopracciglio qualche astronomo come Seth Shostak – che neanche un umano medio lo capirebbe. Si tratta di 1679 cifre binarie, scelte perché sono il prodotto di due numeri primi (23 e 73), le quali, riordinate, generano un disegno stilizzato, in cui c’è anche un omino.

Ma ecco il punto: in che «eso-lingua» si dovrebbero scrivere le lettere agli alieni? Finora la più popolare è stata la soluzione della matematica. Carl De Vito e Robert Oehrle della University of Arizona, per esempio, hanno provato a immaginare un ibrido intellettualmente eccitante, in cui si intrecciano formule e pittogrammi, a partire dalla tavola periodica degli elementi che dovrebbe essere un buon punto di partenza, condivisibile anche con esseri decisamente diversi da noi.

Ma i critici – come il professore Vakoch – non sono affatto sicuri dell’universalità dei numeri: anche se le civiltà aliene li avessero inventati, potrebbero obbedire ad altre logiche. E quindi, al prossimo convegno, suggerirà modi alternativi, più diretti: perché non provare con «pezzi» e testimonianze della nostra cultura, da una sinfonia a un quadro? In fondo, già due anni fa, la Nasa aveva fatto un bizzarro tentativo, trasmettendo una canzone dei Beatles verso la stella Polaris.

La realtà è che nessuno riesce davvero a concepire come un cervello che non sia umano possa decifrare il nostro. E allora una soluzione può essere la quantità: è successo anche con i geroglifici o i simboli maya, più si accumula informazione e tanto più facile è trovare una chiave.

È la logica seguita dal social network «Bebo», che ha arruolato Alexander Zaitsev, «guru» in comunicazioni interstellari, per lanciare nello spazio 500 messaggi dei propri utenti. Una maionese comunicativa che potrebbe dare un’idea di chi siamo. E allora, seguendo questa idea lanciata nel 2008, c’è chi ne avanza un’altra. Passare ai grossi calibri e – spiega Shostak – puntare all’eccesso, a una ridondanza degna del nostro mondo intossicato di informazioni: una bella e abbondante dose di Google sarebbe perfetta (anche se lo sforzo energetico-tecnologico per la spedizione sarebbe immenso). «Conterrebbe anche un bel po’ di pornografia – scherza – ma credo che i destinatari potrebbero gestire benissimo la cosa».