Alfano: “Sulla riforma della giustizia non cediamo, così come su fisco, federalismo e Sud”

Pubblicato il 7 agosto 2010 8:38 | Ultimo aggiornamento: 7 agosto 2010 9:18

Il Pdl porterà in Parlamento un programma ”senza inciucetti”, incardinato sui ”quattro” pilastri ”giustizia, fisco, federalismo e Sud”, per ”vedere chi ci sta”. Così, intervistato dal Corriere della Sera, il ministro della Giustizia Angelino Alfano precisa il piano del premier Silvio Berlusconi e afferma che sulla giustizia non ci saranno cambiamenti.

”Prima di andare alle urne – spiega – abbiamo il dovere di riprovare a mettere insieme coloro i quali sono stati eletti dentro una casa comune e con un programma comune”. Discorso valido soprattutto sulla giustizia. Il Guardasigilli è chiaro: su questo tema ”il programma è stato già scritto”, ”è stato uno dei punti di conflitto” e per questo il ministro è convinto che ”il percorso parlamentare servirà a far vedere chi vuol far finire la legislatura e chi invece vuol portare avanti il programma di governo”.

La ”prova del fuoco” per la maggioranza saranno il processo breve e il federalismo. Giudizio senza sfumature anche su Futuro e Libertà: ”Si è costruito un nuovo gruppo parlamentare che è fatto di eletti nel Pdl – osserva il ministro -, e sotto quel simbolo c’è scritto ‘Berlusconi presidente’. Quello è un vincolo, non c’era scritto ‘Pdl, sorteggeremo il presidente”’.

”In questi due anni – aggiunge – gli scartamenti di Fini sono stati numerosi”, dal diritto di voto agli immigrati alla legalità, tema sul quale per il ministro ”si rischia, se si esagera in retorica, di diventare dipietristi di risulta o giustizialisti di ritorno”. No a timori nei confronti del ”terzo polo”: un partito non può nascere ”da un’astensione”.

Nessuno sconto nemmeno per la sinistra: ”E’ evidente segno di una grave patologia il fatto che di fronte a una difficoltà della maggioranza, invece di chiedere subito il giudizio del popolo, una oligarchia di ex ds si metta a tavolino a studiare come rovesciare il voto”. ”Il governo del ’95 – prosegue – è stato la pagina più ingloriosa del curriculum di Scalfaro, e D’Alema, dopo 12 anni, è ancora costretto a giustificarsi per il governo del ’98, nonostante fosse nato nella stessa coalizione che aveva eletto Prodi”.