Grillo-Bersani, uno streaming e un Napolitano di troppo

di Emiliano Condò
Pubblicato il 26 Marzo 2013 15:02 | Ultimo aggiornamento: 26 Marzo 2013 15:09
Beppe Grillo

Beppe Grillo (foto Ansa)

ROMA –  L’incontro è fissato per mercoledì mattina alle 10. Da un lato ci sarà sicuramente Pier Luigi Bersani, forte, si fa per dire,  dell’incarico esplorativo arrivato da Giorgio Napolitano. Dall’altro ci sarà (forse) il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo.  Convitato di pietra sarà proprio Napolitano, inatteso e comunque improbabile punto di accordo tra due leader al momento lontanissimi.

Talmente lontani che a oggi non c’è neppure la certezza che Grillo si presenti alla testa della delegazione. Di sicuro infatti c’è solo la presenza dei capigruppo grillini mentre il portavoce potrebbe limitarsi ad una presenza virtuale, via schermo. Sarebbe uno “schiaffo” non da poco, visto che alla fine a dettare la linea è comunque Grillo. Un’assenza sarebbe il segnale politico più chiaro, con un incontro che a quel punto non sarebbe tale e nascerebbe già morto.

Sarà comunque incontro “trasparente”, così trasparente da essere trasmesso in diretta streaming. Il Movimento 5 Stelle ci è abituato da tempo, il Pd ha fatto le prove generali con la direzione di lunedì 25 marzo. Chiunque sia interessato potrà vedere sul web la diretta dell’incontro. Che proprio per questa palese e non richiesta ostentazione di trasparenza finirà per essere se non falso già scritto.

Grillo forte delle webcam andrà (forse) da Bersani a ripetere che “no” il Movimento 5 Stelle non si allea e non tratta, in virtà di  una tutta sua differenza quasi antropologica. Quella secondo cui i “5 stelle” sono vivi e gli altri, i partiti tradizionali ivi compreso il Pd, sono morti. Grillo questo dirà perché in pubblico altro non può dire, pena la frantumazione di un consenso costruito almeno in parte proprio sull’esibizione di questa diversità.

Eppure, qualcosa di “politico” le delegazioni dovranno pur dirsi anche se al momento il rischio è quello di uno spettacolo stanco con Bersani che parla di “paese in situazione drammatica”, “emergenza”, “responsabilità da assumere” e “punti di convergenza” e i grillini  a rispondere che loro non si “contaminano” e non danno fiducia a nessuno.

Difficile, quasi impossibile, che Grillo sfoderi la carta a sorpresa Giorgio Napolitano. Ammesso e non concesso che quanto ipotizzato da Il Giornale, ovvero che Grillo abbia in mente un’offerta irrinunciabile quella dell’appoggio di M5S a un governo con Napolitano presidente del Consiglio, sia vero, non è comunque l’incontro di mercoledì, con le webcam, la sede per proporlo.

Resta la perplessità di fondo. D’accordo, c’è il fuorionda in cui Grillo ammette di aver apprezzato il presidente nell’incontro per le consultazioni. Ma da qui a proporre quello che fino a una settimana fa era “Morfeo” come presidente del Consiglio del governo che risolverebbe tutti i problemi di un Parlamento dalle convergenze quasi impossibili ce ne corre.

Ma senza fantapolitica, tornando al concreto, di speranze ce ne sono pochissime. Il suo mantra Grillo lo ha detto e lo ha ripetuto in tutti questi giorni. No ad alleanza con il Pd, no ad una qualsiasi forma di fiducia  che consenta a Bersani di navigare a vista, no ad un governo Grasso o di qualsiasi altra foglia di fico. No, ed è il rifiuto che più di ogni altro gela Bersani, alla esportazione a livello nazionale del cosiddetto modello Sicilia, dove Crocetta in qualche modo gode dell’appoggio dei 5 Stelle.

Ma in Sicilia, va detto, la situazione è diversa in partenza. Crocetta sta in piedi da solo, non ha bisogno dei voti grillini per fare maggioranza. Che poi il governatore si comporti in modo tale da considerarli alleati quasi organici alla coalizione è frutto di un calcolo politico che viene poi. Al punto che Grillo sulla questione Sicilia ha un tutto suo punto di vista, quello secondo cui sono i Cinque Stelle a dettare l’agenda e Crocetta ad adeguarsi.

La Sicilia comunque è una cosa, l’Italia è un’altra. Non è solo questione di “radar” americani. E’ questione di governare un Paese che resta appeso e a rischio di ulteriori declassamenti di rating.