Ignazio Visco: “Italia analfabeta, non si cresce senza istruzione”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 21 Ottobre 2013 9:04 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2013 9:05
Ignazio Visco: "Italia analfabeta, non si cresce senza istruzione"

Ignazio Visco (Foto LaPresse)

ROMA – “Italia analfabeta funzionale, non si cresce senza un adeguato livello di istruzione”. Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, lancia l’allarme sulla scuola e invita politica e famiglie ad investire sul capitale mano dei giovani, che è l’unico modo per rimettere l’Italia al passo con gli altri Paesi.

Un livello di istruzione inferiore a quello dei Paesi avanzati, un ritardo nell’adozione delle nuove tecnologie, pochi investimenti dello Stato ma anche delle famiglie in cultura (libri come cinema, concerti, mostre), una scuola che stenta a rinnovarsi, programmi scolastici troppo tradizionalisti. Sono fattori che pesano non solo sulla formazione e sul benessere sociale degli italiani, ma direttamente sull’economia e sullo sviluppo del nostro Paese, che negli anni ha progressivamente perso capacità di crescere e competere, indietreggiando nelle classifiche di mezzo mondo.

Visco ha dichiarato: “Viviamo una congiuntura economica molto difficile, che sta imponendo gravi sacrifici a gran parte delle famiglie italiane, ma la causa non sta solo nella crisi e nella recessione. A pesare è il forte e diffuso indebolimento della capacità del nostro paese di crescere e competere”.

Per il governatore della Banca d’Italia, i ritardi produttivi dipendono innanzitutto dai ritardi educativi: “I livelli quantitativi e qualitativi di istruzione formale dei nostri giovani sono in media ancora distanti da quelli degli altri paesi avanzati. Questo è particolarmente grave se si osserva che un paese come l’Italia, povero di risorse materiali e in ritardo su molti fronti non solo economici, dovrebbe mirare a investire nella scuola e nella conoscenza non ‘sotto’ o ‘sulla’ ma ‘al di sopra’ della media degli altri paesi”.

Le competenze degli italiani risultano dunque ”inadeguate” rispetto al ritmo degli altri Paesi e ”sono il segno di un analfabetismo funzionale” che significa proprio ”mancanza di competenze, di lettura e comprensione, logiche ed analitiche, commisurate alle moderne esigenze di vita e di lavoro”.

Un meccanismo che diventa un circolo vizioso se si guarda inoltre al paradosso tutto italiano per cui, nonostante un alto livello di istruzione e di professionalità sia merce rara, non viene pagato di più. Studiare insomma non paga, né dal punto di vista economico, né nella ricerca spicciola di lavoro.

Se infatti in Europa ‘studiare conviene’ perché avere una laurea rende più probabile trovare un lavoro, in Italia – ha spiegato Visco – studiare conviene meno: per i laureati tra i 25 e i 39 anni, la probabilità di essere occupati era infatti nel 2011 pari a quella dei diplomati (73%) e superiore di soli 13 punti percentuali a quella di chi aveva conseguito la licenza media.