Il Fatto: Matteo Renzi e le lobby Usa, una lunga storia d’amore

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 Luglio 2014 6:30 | Ultimo aggiornamento: 16 Luglio 2014 17:18
Il Fatto: Matteo Renzi e le lobby Usa, una lunga storia d'amore

Matteo Renzi (LaPresse)

ROMA – Le lobby americane corteggiano amorevolmente il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che ricambia stoppando la web-tax e alzando le accise sulle sigarette, un aumento del prezzo base sul pacchetto che rende molto più attraenti le marche prodotte dalla Philip Morris. Una lunga storia d’amore fra Renzi e le lobby Usa: è questo il senso di un articolo di Camilla Conti sul Fatto Quotidiano. Che racconta come fra il premier e il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo gli americani non abbiano dubbi su quale cavallo puntare:

“Lo conferma l’accoglienza riservata l’altra sera al leader del Movimento 5 Stelle durante il ricevimento organizzato a villa Taverna in occasione della festa dell’Indipendenza del 4 luglio. Grillo ha sfoderato uno smoking nero e occhiali auto-griffati per far colpo sull’ambasciatore americano John R. Phillips che invece ha cercato di evitare il comico genovese per tutta la serata. Questione di business. Perché, se da una parte Grillo guarda a Washington come una possibile sponda per la battaglia europea contro le politiche di austerità, a Bruxelles il suo Movimento combatte contro il cosiddetto Ttip, ovvero il contratto di libero scambio fra Stati Uniti e Europa per le aperture del mercato alle multinazionali Usa. Proprio quelle cui sta invece facendo la corte il presidente Matteo Renzi”.

 

E Renzi inizia a piacere seriamente, soprattutto quando blocca la Web Tax, la tassa che “impone l’apertura di una partita Iva italiana e ridefinisce il concetto di stabile organizzazione per le aziende digitali straniere”. Una tassa che Enrico Letta voleva fortemente e che non sarebbe stata gradita, per usare un eufemismo, da aziende come Google, Facebook o Amazon. Così “per Renzi le porte dell’ambasciata Usa sono sempre aperte”, racconta Conti.

“Del resto con Phillips, che insieme alla moglie Linda ha comprato un intero borgo alle porte di Siena, si conoscono da tempo. Il 15 novembre del 2013 l’allora sindaco di Firenze lo aveva accolto a Palazzo Vecchio donandogli una cravatta di Ferragamo e un foulard di Gucci per la consorte e Phillips aveva ricambiato con un libro dedicato a Villa Taverna dove poi Renzi, da segretario Pd e da premier, è stato ricevuto numerose volte. Più che l’amicizia e la stima, contano però gli affari”.

E di affari ne farebbe tanti la lobby del tabacco se passasse l’aumento delle accise sulle sigarette: se sale il prezzo base di un pacchetto, diventano più appetibili le marche di fascia alta, come quale commerciate dalla Philip Morris. Ma per una lobby che applaude, ce n’è un’altra che protesta, la British American Tobacco:

“Secondo quanto riferiscono fonti romane, qualche settimana fa il presidente del Consiglio avrebbe ricevuto il gran capo della British American Tobacco, Nicandro Durante, proprio alla vigilia dell’aumento delle accise sulle sigarette che dovrebbe essere varato a breve dal governo.

Le lobby sono in fermento: il decreto legislativo allo studio del Tesoro rischia infatti di scatenare una nuova guerra dei prezzi fra Philip Morris, che vende le sigarette di fascia alta, ad esempio le Marlboro, e la Bat che ha le meno costose Lucky Strike e Pall Mall. La rimodulazione del prelievo fiscale su cui sta lavorando il governo pare sia tesa ad aumentare i prezzi bassi e comprimere ulteriormente il mercato aumentando la profittabilità delle marche più care. Secondo i maligni la mossa serve per non disturbare Philip Morris, che alle porte di Bologna avvierà entro l’inizio del 2016 la prima fabbrica di sigarette di nuova generazione – le stesse che verrebbero premiate dal decreto allo studio del governo – con un investimento di 500 milioni di euro e che avrebbe intenzione di investire anche in Toscana. Per non rimanere schiacciata, Bat avrebbe promesso a Renzi di voler fare lo stesso, scommettendo su nuove fabbriche in Italia. Ma per il momento la linea di Palazzo Chigi non sembra essere cambiata.

Le mosse di Renzi sono seguite con attenzione anche dai soci dell’American Chamber of Commerce, ovvero l’organizzazione privata senza scopo di lucro affiliata alla Chamber of Commerce di Washington D.C., la Confindustria statunitense, alla quale aderiscono oltre tre milioni di imprese. L’AmCham è un club esclusivo dove si tessono relazioni e si stringono affari. Basta scorrere i componenti del “board of directors” presieduto da Vittorio Terzi, gran capo per l’Italia della McKinsey nonché candidato a occupare la poltrona di presidente del fondo infrastrutturale F2i, controllato dalla Cassa Depositi e Prestiti. Guarda caso tra i suoi quattro vice c’è il capo di Philip Morris in Italia, Eugenio Sidoli, oltre a David Bevilacqua di Cisco Systems, Maria Pierdicchi di Standard& Poor’s e Stefano Venturi, di Hewlett-Packard. Certo, dall’elenco dei soci dell’AmCham spunta anche Enrico Sassoon, che dell’organizzazione è stato amministratore delegato oltreché ex socio di Gianroberto Casaleggio prima che il “guru” grillino si concentrasse sull’avventura del Movimento 5 Stelle. Ma evidentemente servono ben altri contatti per far parte del cerchio magico Usa. Dove ormai vige la regola: “No Renzi, no party”.