Boccassini e Pignatone. Critica ai Pm: “Giustizia non è politica né moralismo”

Pubblicato il 14 settembre 2013 11:27 | Ultimo aggiornamento: 14 settembre 2013 11:31
Boccassini e Pignatone. Critica ai Pm: "Giustizia non è politica né moralismo"

Ilda Boccassini (LaPresse)

MILANO – Ilda Boccassini,  Procuratore aggiunto del Tribunale di Milano e il Procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, Procuratore capo di Roma, hanno aperto, da due importantissimi pulpiti di protagonisti della attività giudiziaria, il dibattito in seno alla magistratura sugli errori compiuti in questi anni dai magistrati inquirenti, dai pubblici ministeri.

Lo hanno fatto in due prospettive diverse: Bocassini contro i pm che hanno usato le inchieste come trampolini politici, spingendo la sua critica anche contro uno dei totem della sinistra, mani pulite (i nomi di Antonio Di Pietro e Antonio Ingroia non li fa, ma sono leggibili in trasparenza); Pignatone contro i colleghi siciliani che hanno tenuto in carcere per anni degli innocenti (e fa il nome dei sei mafiosi arrestati ingiustamente per l’uccisione di Paolo Borsellino.

È una svolta fondamentale nella polemica, in corso da anni, su ruolo e disfunzioni della giustizia in Italia, che ha subito purtroppo con Berlusconi una deviazione innaturale, trasformando un tema di interesse generale per tutti gli italiani in un tema ad personam del titano al Governo.

Per la Boccassini il problema principale è quello dei magistrati che decidono di fare “altro”, ossia entrare in politica. Per Pignatone invece, troppi magistrati, se pur in buona fede, commettono degli errori.

I due magistrati sono intervenuti a Milano alla presentazione del libro “L’onere della toga” di Lionello Mancini, aperta dal direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli.

Ha spiegato la Boccassini:

“Non è una patologia della magistratura”, ma “ci sono dei pubblici ministeri che hanno usato il loro lavoro per altro. È inaccettabile che alcune indagini sono servite ad altro”.

Il riferimento è fin troppo chiaro e torna indietro di venti anni. Dopo Mani Pulite infatti, Antonio Di Pietro fu il primo ad entrare in politica. In tempi più recenti, l’ex magistrato della Procura di Palermo Antonio Ingroia ha provato, senza successo, la sua scalata in politica.

Ha insistito la Boccassini:

“Non è una patologia diffusa della magistratura, . Se avessi avuto l’impressione di una patologia, avrei avuto la forza di tirami indietro.

Ilda Bocassini, pm del processo Ruby, ha riconosciuto che negli ultimi vent’anni c’è stato uno

“scontro tra mass media, magistratura e politica”. Uno stato di “conflittualità talmente alta

che, a suo giudizio, ha impedito lo svolgimento di una “riflessione” anche all’interno della categoria professionale:

“È mancata un’autocritica che la categoria doveva fare e non ha fatto, dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”.

Giuseppe Pignatone ha riflettuto invece partendo dal processo per la uccisione di Borsellino. Ci sono stati dei condannati sino alla Cassazione, ma poi le confessioni di un collaboratore di giustizia hanno raccontato che la verità era un’altra:

“Chi ha sbagliato in buona fede deve dirlo”,

perché i magistrati dell’accusa devono muoversi sempre sulle prove certe. Secondo Pignatone, i magistrati a volte fanno uscire le notizie sui giornali

“per una carica moralistica che non deve appartenere alla magistratura”.

Pignatone parla di “equilibrio”, sia per evitare che persone finiscano nei guai senza prove, sia

“per partire e andare sino in fondo quando le prove ci sono”.