Ilva Taranto. Giudice contro giornalista: Il gip ha fatto bene

Pubblicato il 21 agosto 2012 12:03 | Ultimo aggiornamento: 21 agosto 2012 12:03

Una polemica a distanza è stata aperta da Salvatore Sfrecola, presidente della Corte dei Conti del Piemonte e autore del blog “Un sogno italiano” con il giornalista Francesco Damato, il quale sul quotidiano il Tempo di Roma ha definito il 2012 “anno orribile della giustizia all’italiana”.

Sfrecola sintetizza così l’articolo di Damato: i magistrati

“sarebbero ricorsi a “furbizie” “per sottrarsi alla dieta reclamata da un’opinione pubblica costretta a stringere davvero la cinghia, i magistrati no”. Essi, inoltre, “o quelli consapevolmente o inconsapevolmente più politicizzati.. fanno indagini per riscrivere la storia del Paese più che per scoprire reati e trovarne i responsabili”, o “scambiano per reato il profitto in una impresa, hanno continuato imperterriti a ritenere di potere, anzi di dovere sostituirsi alla politica””.

Prosegue la citazione:

“È emblematico, a questo proposito, ciò che è accaduto, sta accadendo ed è destinato ad accadere ancora a Taranto attorno alla vicenda dell’Ilva. Specie dopo l’ultima decisione della giudice Anna Patrizia Todisco, che spero sia rossa solo di capelli, decisa a compromettere le sorti dell’acciaieria, e di decine di migliaia di posti di lavoro, nonostante gli spiragli lasciati aperti dal tribunale del riesame ad una soluzione ragionevole di compromesso. Che sapesse e sappia conciliare la lotta all’inquinamento e la salvaguardia dell’occupazione e, più in generale, del sistema industriale”. Per cui “ci voleva un governo tecnico, senza le consuete proteste o preoccupazioni del Pd, o addirittura con il suo consenso, almeno fino al momento in cui scrivo… perché il ministro della Giustizia chiedesse l’acquisizione degli atti giudiziari che stanno compromettendo le sorti dell’acciaieria e dei suoi dipendenti, in curiosa concorrenza con i guasti ambientali da essa prodotti. E perché il presidente del Consiglio disponesse la partenza di altri ministri per Taranto, in modo da dimostrare anche visivamente che lo Stato -sì, lo Stato- non è solo il titolare di un ufficio giudiziario, per quanto subito coperto dalla solidarietà della sua associazione, o sindacato. E perché ancora, o soprattutto, si reagisse alla estemporanea decisione di un giudice preparandosi a contestarne la legittimità davanti alla Corte Costituzionale con un nuovo conflitto di attribuzione, o di potere”.

Secondo Sfrecola, Damato

“si muove con difficoltà nel mondo del diritto ritenendo, evidentemente, che compito dei giudici sia quello di fare politica industriale, ovvero di assistere la politica industriale del Governo o delle imprese. Sbagliato. I giudici applicano la legge e cercano di farla rispettare così a Taranto un giudice, sul quale Damato ironizza a causa del colore dei capelli (rossi), che sia augura non sia il colore delle sue idee politiche, non a suo arbitrio, ma sulla base di accertamenti tecnici, verificato che gli impianti inquinano l’ambiente con gravi danni per la salute ha adottato i provvedimenti conseguenti, quelli che la legge prescrive. Non si è trattato, quindi, di una “estemporanea” decisione”.

Qui il magistrato espone la sua concezione del proprio ruolo:

“Il giudice rappresenta lo Stato. Non lo Stato potere esecutivo, di Monti, Passera e Clini, quello che chiamiamo lo Stato-persona, ma lo Stato-ordinamento, la legge cui anche il potere esecutivo è soggetto. Con delle regole, compreso anche l’eventuale ricorso del Governo alla Corte costituzionale ove ritenga violata una sua prerogativa costituzionalmente definita, come nel caso il giudice si intromettesse in competenze proprie dell’Amministrazione”.

Secondo Sfrecola, però, questo non è il caso:

“Il giudice non ha adottato provvedimenti incidenti sulla “politica industriale” del Governo, come incautamente qualcuno aveva affermato, come se avesse fornito indicazioni all’impresa in ordine alla produzione, ma ha adottato, come già detto, il provvedimento previsto dalla legge in presenza di condizioni, dalla stessa legge stabilite, concernenti il tasso di inquinamento ritenuto pregiudizievole della salute delle persone, lavoratori ed abitanti di Taranto.

“Non spetta al giudice stabilire eventuali modalità di prosecuzione della produzione, ma il Governo può certamente adottare un provvedimento di legge, cosiddetto di legge-provvedimento, in quanto riferito al caso concreto ILVA, che, incidendo sulla normativa vigente, cioè in deroga, stabilisca tempi e modalità del risanamento. Non sarebbe una novità.

“Quel che va evitato è la sovrapposizione di competenze, nel senso che si scarichi sul giudice responsabilità per errori o inadempimenti dell’impresa che l’Autorità amministrativa non ha verificato o tollerato.

“In un sistema costituzionale, in uno stato di diritto, si rispettano le competenze. Lo afferma anche il Trattato istitutivo della Comunità economica europea, oggi Unione europea, che pone alla base del funzionamento delle istituzioni il principio cosiddetto di attribuzione delle competenze.

Un ricordo diretto della esperienza del magistrato:

“Ricordo anni addietro, da magistrato della Corte dei conti responsabile dell’istruttoria di un decreto di finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale, che, ad alcune osservazioni in punto di diritto che sconsigliavano la registrazione, mi veniva detto che avevo certamente ragione ma che, ove il provvedimento fosse stato fermato, ne andavano di mezzo gli stipendi del mese successivo degli addetti alle ASL. Replicai che non era un problema mio. Perché nel nostro sistema il Parlamento fa le leggi, l’Amministrazione le applica, i giudici accertano che siano applicate correttamente.

“Questo non era avvenuto. Le indicazioni del Parlamento, contenute in una legge finanziaria che stabiliva dei parametri per la spesa sanitaria, non erano stati rispettati e la Corte dei conti, giudice della legittimità, non avrebbe potuto ammettere al visto il provvedimento. La querelle andò avanti per qualche giorno, finché il Governo adottò un provvedimento d’urgenza, un decreto-legge, con il quale sanava i vizi dell’atto sottoposto a controllo.

“Ne fui soddisfatto. La legge era stata rispettata. Compresi anche – sono passati oltre 25 anni – che la difficoltà dell’esecutivo consisteva nel non far emergere la grave situazione finanziaria del Servizio Sanitario Nazionale che il decreto avrebbe in qualche modo certificato”.

 

 

 

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