Immigrazione/ Come si diventa italiani? Proposta di legge per passare dallo ius sanguinis allo ius soli. Logico e utile, non si farà

Pubblicato il 6 agosto 2009 15:08 | Ultimo aggiornamento: 6 agosto 2009 19:48
Fini in visita al Cpt di Ponte Galeria

Fini in visita al Cpt di Ponte Galeria

È logico ed utile, perfino giusto. Ma eliminiamo quest’ultima categoria di giudizio che, quando si parla di immigrati, non gode di grande popolarità. Logico e giusto è cambiare le regole con cui si diventa italiani, con tanto di passaporto e diritti. Adesso funziona secondo il cosiddetto ius sanguinis, il “diritto del sangue”. Se i tuoi genitori o nonni o bisnonni o anche più in là nelle generazioni erano italiani, anche se in Italia non hai mai vissuto, l’italiano non lo parli, le tasse italiane non le paghi e la tua vita si è sempre svolta a migliaia di chilometri di distanza e là continua a svolgersi, con un po’ di carte, fatica burocratica e qualche centinaio di euro in pochi mesi diventi italiano se vuoi. Hai diritto alla cittadinanza italiana perchè si suppone scorra nelle tue vene qualche goccia di sangue italiano sia pure abbondantemente annacquata dal tempo e dalla realtà dei fatti.

Due parlamentari, Fabio Granata di An, vicino a Gianfranco Fini e Andrea Sarrubi del Pd hanno elaborato una proposta di legge per passare dallo ius sanguinis allo ius soli, “diritto della terra”. Cioè, come accade negli Usa e in molti altri paesi, è italiano chi in Italia nasce. E chi in Italia arriva potrà mai diventare italiano? Ora deve dimostrare, tra l’altro, di vivere e lavorare in Italia e non basta. È una condizione necessaria ma non sufficiente. La nuova legge vuole dimezzare a cinque anni i tempi di attesa. Ma anche qui l’acquisto della cittadinanza non è automatico: bisogna aggiungere ai cinque anni un reddito minimo ma stabile, la conoscenza della lingua italiana e l’attestata accettazione e condivisione dei principi della nostra Costituzione.

La nuova legge sarebbe logica ed utile. Gli stranieri in Italia sono già cinque milioni, molti di loro sono di fatto italiani anche se non lo sono di diritto. In Italia lavorano, hanno aziende, casa, figli. In Italia intendono restare. Anche se non ne arrivassero più, l’alternativa illogica e dannosa è di avere in casa il 10 per cento della popolazione tenuta in una condizione che genera reciproca ostilità. Utile oltre che logica perché in ogni zona del pianeta è dimostrato dai fatti che l’integrazione non è mai perfetta ma l’unica per non moltiplicare conflitti e insicurezza è rendere “cittadini” quelli che sono stranieri. Lo avevano capito gli antichi romani che ci hanno costruito sopra il più grande e lungo impero della storia. Farli cittadini è un affare e una garanzia per i “locali”, prima ancora che per gli stranieri.

Sarebbe anche giusto, ma è superfluo se non dannoso chiamare in causa diritti umani, giustizia e altre astrazioni simili. La nuova legge sulla cittadinanza sarebbe utile all’economia e alla sicurezza, al portafoglio e alla convivenza. Ragioni sufficienti per scommettere sicuri di vincere: non si farà, non oggi almeno e neanche domani.