Intercettazioni, il Pdl fa un passo indietro: per la stampa niente silenzio, ma qualche sussurro

Pubblicato il 28 Maggio 2010 15:17 | Ultimo aggiornamento: 28 Maggio 2010 18:33

Gaetano Quagliariello

Sulle intercettazioni la maggioranza è pronta a fare qualche concessione: gli stralci non saranno pubblicabili ma un riassunto sarà ammesso. In sostanza una salvaguardia per il diritto di cronaca, pesantemente limitato dal testo precedente. Restano invece i limiti di tempo, 75 giorni, criticati aspramente da magistrati e opposizione.

Sulla nuova legge la maggioranza ha raggiunto un punto d’intesa. Venerdì 28 maggio il ministro della Giustizia Angelino Alfano si è detto certo che “si è trovata la sintesi” dopo l’incontro con il presidente della Camera Gianfranco Fini e la sua corrente capeggiata da Italo Bocchino.In  pratica sono stati ripristinati quegli aggiustamenti a cui aveva lavorato l’avvocato Bongiorno, vicina a Fini, e misteriosamente scomparsi dal testo licenziato in Commissione Giustizia.

Con gli emendamenti della maggioranza, che modificano sostanzialmente il testo in questione, la legge dovrà per regolamento fare un altro passaggio in Commissione.

Gli undici emendamenti presentati dal centrodestra, e pubblicati sul sito del Pdl, prevedono la possibilità di pubblicare gli atti delle indagini “per riassunto”, consentendo così un margine minimo di libertà di informare.

In un altro emendamento è vietata la pubblicazione anche parziale, per riassunto o nel contenuto, delle intercettazioni anche se non più coperte dal segreto fino alla conclusione delle indagini preliminari. Vietata la pubblicazione anche in questo caso parziale, per riassunto o nel contenuto, delle ordinanze emesse in materia di misure cautelari. Stesso divieto per le richieste delle misure.

Il contenuto sarà pubblicabile  solo dopo che l’indagato o il suo difensore saranno venuti a conoscenza dell’ordinanza del giudice. Resta vietata la pubblicazione delle intercettazioni di cui sia stata ordinata la distruzione o che riguardino fatti, circostanze e persone estranee alle indagini.

L’intero comma 10 del ddl intercettazioni, quello che riguardava la disciplina sulle riprese visive, è stato soppresso da un emendamento presentato da Pdl e Lega. Ora si parlerà solo di “intercettazioni di immagini mediante riprese visive”, togliendo così tutta quella parte che disciplinava le riprese visive ‘captative’ e ‘non captative’, mentre le riprese visive saranno oggetto di una naormativa ad hoc.

Se le indagini punteranno a ricercare un latitante non dovranno sottostare ai limiti di tempo del ddl, cioè ai 75 giorni.

Le reazioni non si sono fatte attendere: il senatore Gaetano Quagliariello leva la sua voce in difesa del disegno di legge, che, dice, “non vuole colpire le indagini e il diritto di cronaca ma vuole trovare un punto di equilibrio tra esigenze diverse”.

Da parte sua, il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, annuncia che la norma transitoria provocherà “un vero sterminio tra le inchieste in corso”.

Ma è proprio un esponente della maggioranza, il finiano Fabio Granata, a sottolineare che “bisogna rivedere le norme che limitano le intercettazioni ambientali e la durata degli ascolti”. Cioè i due punti cardine della legge, già bersaglio dell’attenzione e delle critiche di stampa e magistrati: il limite di 75 giorni per le intercettazioni, e la possibilità di pubblicare il riassunto degli atti.

Perché se alla fine davvero si stabilirà che “la pubblicazione degli atti è comunque sempre possibile per riassunto”, secondo l’accordo raggiunto tra i due parlamentari avvocati Giulia Bongiorno e Niccolò Ghedini, allora i giornalisti avranno qualche possibilità di raccontare le vicende giudiziarie, e i cittadini di conoscerle.

Certo, resta il divieto di pubblicare gli atti e i testi delle intercettazioni, ma almeno è salvaguardato il contenuto.

Rimane anche  l’obbligo che a decidere le intercettazioni sia un collegio di giudici, ma soprattutto l’animus censorio resterebbe nella necessità di “gravi indizi di colpevolezza”, e non di semplici sospetti, per avviare gli ascolti.

E se la stampa può essere placata con il contentino dei riassunti pubblicabili, la magistratura punta il dito contro il limite dei 75 giorni. Passato un mese e mezzo, infatti, non sarà più possibile proseguire le intercettazioni, neppure in casi di reati gravi, fatta eccezione per quelli di mafia e terrorismo.

Come denuncia il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso nell’intervista a Repubblica, poter intercettare solo per 75 giorni renderà più difficile scoprire se dietro a reati comuni c’è un’organizzazione criminale.

Insomma, le questioni cruciali restano.

Lunedì 31 maggio il Senato attende il ddl per la discussione generale sul testo.