Intercettazioni. Parte della nostra storia, tra ruoli distorti, politici corrotti, giornali distratti e sete di giustizia

di Marco Benedetto
Pubblicato il 22 Maggio 2010 10:06 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2010 19:19

Antonio Di Pietro, teorico del "carcere se non parli"

Vorrei prendere la storia delle intercettazioni partendo da molto lontano e da un punto che non mi sembra appassioni molto: il diritto del cittadino a un giusto processo. 

Hanno parlato di diritto di cronaca, di diritti della giustizia, di gogna mediatica che infastidisce il potente, ma nessuno si è preoccupato del cittadino che deve essere giudicato, cioè di uno dei temi centrali della democrazia. Da noi regna il totale disinteresse per il cittadino, che poi siamo tutti noi, fuori dai ruoli e dai mestieri. Noi cerchiamo anche di farglielo capire, a quelli che ci comandano, che non ci va bene: sempre meno numerosi andiamo a votare. Anche a chi diamo i nostri voti dovrebbero comunque preoccuparli. Ma loro sono nel tubo e non sentono. 

L’Italia viene da secoli di condizione coloniale, di dominio sabaudo o borbonico, di fascismo e guerra fredda: che spazio c’è stato mai per un povero, semplice cittadino, che fino a pochi decenni fa si chiamava suddito? 

Quando poi la democrazia è arrivata, accompagnata anche da spinte propriamente rivoluzionarie, dopo una lunga, dolorosa e sanguinosa guerra, non c’è stato mai tempo per le finezze. La ricostruzione era una corsa contro il tempo, le è seguita una nuova spinta rivoluzionaria, con centinaia di morti, e poi una imprevista esplosione di benessere ma prima e dopo c’era altro a cui pensare: fino alla fine degli anno ’80 l’Italia è stata terreno di scontro della guerra fredda. L’abbiamo rimosso dalla nostra memoria, ma sono solo trent’anni fa. 

Questo il quadro in cui il sistema giudiziario italiano ha preso una evoluzione sua peculiare. 

Nessuno ha fatto quel che avrebbe dovuto. I politici, sopraffatti dalla esigenza di reperire crescenti risorse per una competizione sempre più sofisticata, ci si sono potuti dedicare full time, perché intanto il gioco dell’alternanza, che è una delle cose più belle della democrazia, era bloccato dalle rigidità del grande gioco della politica mondiale. 

La classe politica, in particolare quella di governo, non è stata capace di istituire quei correttivi di controllo e di moralità che l’avrebbero resa credibile, sul piano etico, davanti ai cittadini. Forse semplicemente non ne sentiva il bisogno, perché pensava alla eternità dello statu quo. 

I giornali erano e sono stretti fra un padronato che agisce con priorità terze rispetto all’editore e le pulsioni di uno schieramento politico da cui nessuno è esente. Prudenza, mancanza di scuola e anche una certa tradizione favorivano l’attesa della fonte ufficiale. Dicessi velina forse sbaglierei, ma certamente la sicurezza e il conforto di un verbale come assicurazione contro interventi padronali e carcere per diffamazione ha avuto un certo peso.