Kyenge definita “orango”: per Pd, Calderoli non è da processare. Poi ci ripensa

Pubblicato il 7 Febbraio 2015 9:01 | Ultimo aggiornamento: 7 Febbraio 2015 9:01
Kyenge definita "orango": per Pd, Calderoli non è da processare. Poi ci ripensa

Cecile Kyenge (LaPresse)

ROMA – Il Pd, insieme a Fi, Ncd, Lega Nord e Autonomie, nella Giunta per le immunità del Senato ha votato contro la richiesta del magistrato di procedere per istigazione razziale contro il leghista Roberto Calderoli che aveva definito “orango” l’ex ministro Cécile Kyenge. Il voto ora passa all’Aula, e i vertici democratici a Palazzo Madama fanno sapere che, a causa delle tante polemiche scoppiate all’indomani di questa assoluzione,  probabilmente rovesceranno la decisione votando a favore della richiesta del magistrato. Anche l’eurodeputata Pd ha preteso le scuse dei colleghi di partito, che sono arrivate nel corso della giornata. Sulla vicenda è intervenuta anche la presidente della Camera Laura Boldrini che ha detto di condividere “l’amarezza” della Kyenge.

Il leghista, durante un comizio a Treviglio che si era tenuto il 13 luglio 2013 aveva detto: “Quando vedo la Kyenge penso a un orango”. Le parole, nel giro di poche ore avevano provocato la condanna di tutte le forze politiche, dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all’ex presidente del Consiglio Enrico Letta. Mercoledì 4 febbraio però i parlamentari di Pd, Forza Italia, Ncd e Autonomie hanno cambiato idea e hanno votato contro il processo. “La condanna politica resta”, si è giustificato il capogruppo Pd in giunta Giuseppe Cucca, “però non ci sono le basi per l’istigazione razziale. E il magistrato non può procedere per diffamazione perché non c’è stata la querela da parte del ministro”.

La difesa di Calderoli è arrivata addirittura dal primo comma dell’articolo 68 della Costituzione, in base al quale “i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. La questione dovrà ora essere sottoposta al voto dell’Aula. Esito diverso ha invece avuto una vicenda simile, scoppiata in Emilia Romagna. A inizio gennaio il consigliere regionale leghista Fabio Ranieri è stato condannato per aver pubblicato su Facebook un fotomontaggio delle stessa Kyenge con un orango. Ora i gruppi in Regione chiedono le sue dimissioni. La giunta delle Immunità, nel caso Calderoli si è invece appellata all’articolo 68 della Costituzione. “Avevo proposto”, protesta Crimi,

“che si procedesse, non sussistendo alcun nesso funzionale tra le dichiarazioni del senatore Calderoli e l’attività politica. La Giunta invece ha rigettato la mia relazione. Eppure a suo tempo Calderoli era stato condannato unanimemente da tutte le forze politiche: dal Capo dello Stato ai presidenti delle Camere e lo stesso Letta (allora presidente del Consiglio) ne aveva auspicato le dimissioni da vicepresidente. E ora tutti pronti a salvarlo, compresa una parte del Pd. Quando in un comizio pubblico si fanno dichiarazioni come quelle di Calderoli, non ci sono scusanti che tengano, meno che mai quella di essere un senatore. Attraversiamo un periodo storico in cui l’attacco politico è sempre più forte, ma non è comunque tollerabile che si sconfini nell’odio razziale e nella discriminazione”.

Anche il deputato Pd Kalid Chaouki ha condannato quanto deciso nella giunta per le immunità:

“Gravissima la decisione della giunta delle immunità parlamentari. Ci lasciano sgomenti e senza parole le motivazioni dei senatori che hanno minimizzato le frasi razziste di Calderoli derubricandole a mera satira. La condanna politica e morale oggi per noi è un elemento imprescindibile, anche al netto del percorso della giustizia ordinaria. Confidiamo in una presa di posizione netta del Senato affinché si corregga l’errore prodotto dalla giunta”.