La Cei: “Cittadinanza ai figli degli immigrati” e “il federalismo fiscale fallirà”

Pubblicato il 10 Maggio 2010 15:08 | Ultimo aggiornamento: 10 Maggio 2010 17:20

La Conferenza episcopale italiana ritiene che la concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati sia una “condizione necessaria” per l’integrazione degli stranieri nel nostro Paese. I vescovi, inoltre, aprono al federalismo ma bocciano quello fiscale che, dicono, “fallirà”.

Questo quanto quanto si legge nel documento preparatorio per la 46esima settimana sociale dei cattolici italiani che si svolgerà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010, documento dal titolo ‘Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese’.

“Il riconoscimento della cittadinanza da parte dello Stato italiano – si legge nel documento della Cei – è solo una condizione, certo necessaria ma non sufficiente, per una piena interazione/integrazione delle seconde generazioni nella società italiana. Riconoscere e far rispettare i diritti dei figli dell’immigrazione è infatti una responsabilità collettiva che investe tutte le istituzioni e tutti gli individui”.

Nel documento si sottolinea il “ruolo importante” che nella società italiana di domani svolgeranno i figli degli immigrati e si evidenziano i limiti dell’attuale legge per gli stranieri nati in Italia messa a punto nel 1992. La legge, osserva il documento, “ha finito per trasformarsi in una probatio perversa per migliaia di ragazzi e ragazze, le cui famiglie hanno dovuto seguire un percorso d’emersione dalla irregolarità attraverso sanatorie e regolarizzazioni”.

I vescovi, nel documento, affrontano anche un altro argomento: quello del federalismo. La Cei sottolinea di non avere pregiudizi sul federalismo “previsto tra l’altro dalla Costituzione” ma “il punto è come vivere la solidarietà all’interno del Paese”.

“Nel documento sul Mezzogiorno di febbraio – ha affermato monsignor Arrigo Miglio, responsabile Cei per i Problemi sociali e il Lavoro – abbiamo già individuato alcune caratteristiche che il federalismo, compreso quello fiscale, deve avere perché il Paese possa continuare a essere solidale”.

“Abbiamo a che fare – si legge nel documento preparatorio – con politiche di riforma caratterizzate da elementi di incertezza a metà strada tra un funzionale compromesso fra principi di uguale valore e la produzione di decisioni-manifesto, spendibili sul piano del consenso ma fragili sul piano dell’architettura istituzionale e del tasso reale di innovazione”.

Perciò, aggiunge il testo, è “opportuno” meditare su “dualismi e differenze territoriali del Paese” evitando “effetti perversi” quali “il federalismo da abbandono”.