La Russa “incazzato” con i militari, le Forze Armate furiose per lo show del ministro

di Lucio Fero
Pubblicato il 7 Gennaio 2011 14:10 | Ultimo aggiornamento: 7 Gennaio 2011 14:57

Ignazio La Russa

Tanti anni fa la contenuta, diciamo pure limitata, autoironia dei Circoli Ufficiali delle Forze Armate aveva partorito una tutto sommato ingenua e mordiba auto-barzelletta. Recitava così: sapete perché gli autoveicoli della Aeronautica Militare sono targati “A-M”, quelli della Marina Militare “M-M” e quelli dell’Esercito “E-I”? Sapete che vuol dire? Rispettivamente: Andiamo Male, Molto Male, E Insistiamo. Dopo il pubblico rimprovero subito da parte del ministro La Russa, il giorno della Befana 2011, ai vertici delle Forze Armate, e anche nelle caserme di un esercito ormai di professionisti, circolava una versione aggiornata della antica filastrocca-parodia: “Ancora Muti, Molto Muti, E Incazzati”. Sono furibondi con il loro ministro i militari, si sentono feriti, ridotti a comparse di uno show. Usi ad obbedir tacendo, come dice il motto dei Carabinieri, però stavolta tacere costa fatica. Anzi, qualcuno non tace proprio, niente meno che il generale Vincenzo Camporini, capo di Stato Maggiore della Difesa: “Sono offeso e sono felice di andare in pensione tra due mesi”.

E’ successo che La Russa, in volo di ritorno dal Gulistan, abbia comunicato alla stampa e al paese di essere “incazzato” con i militari che gli avrebbero nascosto la piena e vera ricostruzione dei fatti, non gli avrebbero detto tutto sulla morte dell’alpino Matteo Miotto, avrebbero cercato di “indorare la pillola” secondo una vecchia mentalità “voluta forse da qualche vecchio governo Berlusconi e di sicuro dal governo Prodi”. Insomma militari reticenti e un po’ bugiardi, sia pure per malintesa ragion di Stato, e un ministro, lui stesso che va, vede e finalmente svela, con coraggio, la verità, tutta la verità, niente altro che la verità. Ai verici delle Forze Armate e nelle caserme si sono sentiti arruolati nella parte dei fessi e cattivi in uno show politico a cui i giornalisti hanno abboccato, quasi tutti almeno. E il giorno dopo l’Epifania sono più “incazzati” del ministro, molto di più e più a fondo.

Sbattono sul tavolo e si rigirano la le mani le due “versioni”. La prima, quella “sbugiardata” da La Russa, diceva: Matteo Miotto colpito da un cecchino con un colpo sparato da un fucile di precisione che ha raggiunto il militare italiano mentre era in una torretta di guardia in un avamposto. La seconda “versione”, quella “rivelata” da La Russa, dice: Matteo Miotto colpito da un cecchino con un colpo sparato da un fucile di precisione che ha raggiunto il militare italiano mentre era in una torretta di guardia in un avamposto. Con l’aggiunta che il cecchino talebano non era solo, altri sparavano con lui e i soldati italiani avevano risposto al fuoco. Il cecchino, il fucile di precisione, la torretta e l’avamposto ci sono nella prima e nella seconda versione. Non cambiano il come e il perchè Miotto sia caduto in missione. Dicono i militari che non c’è nessuna rivelazione o sbugiardamento. Se l’alpino Miotto fosse stato colpito durante un’azione di assalto fuori dall’avamposto, se fosse stato paracadutato tra i talebani, se fosse caduto altrove che in quella torretta, se fosse stato catturato, se fosse stato tardivamente soccorso…Se qualcosa del genere fosse accaduto, allora i militari avrebbero omesso o nascosto qualcosa di essenziale e significativo. Ma qual è la differenza sostanziale e reale tra Miotto che muore colpito da un cecchino che spara dall’alto di una montagna a ottocento metri di distanza e Miotto che muore colpito da un cecchino che spara dall’alto di una montagna a ottocento metri di distanza dopo aver risposto, insieme ad un altro alpino, al fuoco di altri talebani? Nessuna o quasi. O meglio due differenze ci sono, una “militare” e l’altra “politica”.

Quella “militare” dicono i militari è minima e oscilla tra la “lana caprina” e l’irresponsabilità. Nella prima e nella seconda versione c’è lo scontro a fuoco, in entrambe Miotto purtroppo muore, ma allo stesso modo. Nella seconda c’è la “specifica” dell’attacco di più talebani e non solo uno. “Lana caprina” se si tratta di sapere come e perché Miotto è morto, irresponsabile dare tutti i particolari dell’attacco, cosa che in zona di operazioni militari ovviamente non usa. Questa guerra, che guerra è, si combatte anche sul piano psicologico e la stampa fa presto a confezionare la “fiction” dell’avamposto sotto continuo attacco, un mix tra l’assedio di Karthoum e Fort Alamo. La seconda differenza è “politica”, quella che i militari non perdonano oggi a La Russa. Il ministro è andato in Afghanistan a farsi protagonista buono che scova e rivela la verità. Una verità sostanzialmente uguale a quanto già tutti sapevano. Lui protagonista buono e militari invece omertosi e pelandroni nel raccontare il vero. Uno show politico lo giudicano i militari che amaramente sorridono dell’ultima e decisiva “rivelazione” di La Russa: prima di morire Matteo Miotto avrebbe detto: “Mi hanno colpito”. Niente meno.

Uno show politico, una rappresentazione, una sceneggiata del ministro che in scena spesso ama indossare la mimetica. Questo pensano i militari ai cui occhi La Russa ministro della Difesa non ha certo perso di autorità, però subisce un tracollo di stima. Qui i militari si fermano. Altri ricordano che La Russa era impegnato, si stava impegnando per portare Sanremo ad Herat o comunque in Afghanistan. Una grande serata, con Belen Rodriguez, Gianni Morandi e Elisabetta Canalis portati lì da La Russa per la svago dei soldati e la gioia delle tv. Doveva essere un grande show: le ragazze simbolo, l’eterno ragazzo d’Italia, il ministro in mimetica. Tutto ovviamente saltato per lutto. Ma a La Russa deve essere rimasto un rimpianto di show mancato e allora ne ha allestito un altro, quello del ministro buono che svela la verità e rimprovera i militari bugiardelli. Non sarà certamente vero, ma il giorno dopo l’Epifania nelle caserme quasi ci credono.