Laura Boldrini, no a Sergio Marchionne: “Niente diritti, non vo in Fiat”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Luglio 2013 17:51 | Ultimo aggiornamento: 4 Luglio 2013 20:08
Laura Boldrini, no a Sergio Marchionne: niente Fiat Val di Sangro. "E i diritti?"

Laura Boldrini (foto Lapresse)

ROMA – Laura Boldrini dice “picche” a Sergio Marchionne e non va alla Fiat della Val di Sangro. Il presidente della Camera ha declinato l’invito fattole dall’amministratore delegato della Fiat. La Boldrini scrive a Marchionne che non può accettare

“la gara al ribasso dei diritti” (non si capisce da queste parole se ci sia qualche riferimento più o meno velato a Fiat), poi spiega che non può andare “per impegni presi precedentemente”.

Per l’esattezza, Boldrini spiega che per ”impegni istituzionali già in agenda” non può accogliere l’invito alla cerimonia del 9 Luglio in Val di Sangro.

Poi Boldrini parla di diritti degli operai:

”Per ogni fabbrica che chiude e per ogni impresa che trasferisce la produzione all’estero, centinaia di famiglie precipitano nel disagio sociale e il nostro sistema economico diventa più povero e più debole nella competizione internazionale”.

La presidentessa della Camera, risponde dunque così alla lettera di Marchionne che alla fine di giugno – e subito dopo che la Boldrini aveva incontrato una delegazione della Fiom-Cgil – l’aveva invitata a visitare uno stabilimento Fiat.

La presidente ha sottolineato nella risposta – diffusa dall’ufficio stampa di Montecitorio – il suo

”interessamento ai temi del lavoro, in questa particolare fase di crisi economica. Non si tratta soltanto di sensibilità personale”.

Qui si perde in un funambolico puro vendoliano:

“Ritengo un dovere per chi rappresenta le istituzioni dedicare il massimo impegno al tema del lavoro in tutte le sue declinazioni: la disoccupazione giovanile, la precarietà, la perdita del posto per persone non più giovani e con famiglia. Così come il lavoro da reinventare e ripensare sotto nuove forme e in chiave di innovazione e di produttività”.

”Cerco, per questa ragione, di sollecitare, per quanto è nelle mie facoltà, l’esame di proposte di legge di iniziativa governativa o parlamentare che si propongono di stimolare e incoraggiare nuova occupazione. E cerco quanto più possibile di incontrare sia le delegazioni di lavoratori che vengono a Roma per far sentire la loro voce al Governo e al Parlamento, sia i piccoli e medi imprenditori che tentano una via di uscita dalla crisi. Sarebbe grave se in un momento così difficile per le famiglie italiane i Palazzi della politica si chiudessero in se stessi e non si mostrassero aperti a tali istanze”:

questo è il tipico atteggiamento della sinistra oltre il Pci che contribuì, con la insipienza degli imprenditori, al declino della grande industria in Italia.

”Questi incontri, e i tanti che svolgo nelle città italiane, insieme alle decine di migliaia di lettere e messaggi che ho ricevuto finora, mi danno il senso dello stato di salute della nostra economia e dei suoi numerosi punti di criticità. In particolare emerge la portata del processo di deindustrializzazione che colpisce aree sempre più vaste del nostro Paese. Per ogni fabbrica che chiude e per ogni impresa che trasferisce la produzione all’estero centinaia di famiglie precipitano nel disagio sociale e il nostro sistema economico diventa più povero e più debole nella competizione internazionale”.

”Siamo consapevoli che bisogna invertire quanto prima questa tendenza e ognuno di noi può fare qualcosa di utile. La politica, certamente, ma anche il mondo sindacale e quello imprenditoriale. Tutti siamo chiamati a sfide nuove. La mia esperienza di vita e di lavoro [addetta stampa di una sede dell’Onu] mi ha spinto a guardare tutto questo in un’ottica globale e a rendermi conto che non servono soluzioni di corto respiro”.

Qui il linguaggio è più anni ’70: parlavano di modelli di sviluppo e intanto l’industria languiva.

“Il livello e l’impatto della crisi sono tali da imporre un progetto del tutto nuovo, una politica industriale che consenta una crescita reale, basata su modelli di sviluppo sostenibile tanto a livello economico, quanto sociale e ambientale. Tutto questo mi porta a guardare con particolare interesse alla condizione e al ruolo della Fiat, sia in Italia sia all’estero, e ascoltare le ragioni di quanti partecipano attivamente a una realtà così importante”.