Laurea, dietrofront Monti: “Aboliamo il valore legale? No, parliamone”

Pubblicato il 28 Gennaio 2012 10:13 | Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio 2012 10:13

ROMA – Niente abolizione del valore legale della laurea: al suo posto, invece, qualche correttivo sul peso dei voti nei concorsi pubblici e un impegno generico ad un dibattito pubblico su un tema “delicato”. Il governo di Mario Monti, su lauree e concorsi, fa retromarcia. Troppo forte, forse, la pressione incrociata di rettori, baroni e studenti. O forse, come dice il presidente del Consiglio, troppo “delicata” la materia per affrontarla con il machete di un decreto legge.

Rimane il fatto che si era partiti con un obiettivo ambizioso, quello di abolire il  valore legale della laurea e che si approda a molto meno.  Significava, o meglio, avrebbe significato, come ha scritto su BlitzQuotidiano Lucio Fero, che le lauree avrebbero smesso di essere “tutte uguali”. A cambiare, soprattutto, sarebbero stati i criteri di selezione nei concorsi pubblici e il peso specifico delle singole università.

Non si trattava, ovviamente, di un dettaglio. Presentandosi ad un concorso pubblico, invece che il titolo di studio acquisito avrebbe finito per contare di più l’esame. Con la retromarcia del governo Monti, osserva invece Fero, si rimane nell’ambito del primato del titolo acquisito. Perché? Perché “il “titolo” rassicura, in fondo è alla portata di tutti. Il “titolo” protegge, sotto la copertura dei “titoli” tutti i laureati sono uguali. L’esame invece è rischio, impegno, selezione. Non sia mai: le fabbriche e le maestranze del “pezzo di carta”, gli aspiranti alla “patente” e i vigili urbani del traffico contingentato delle professioni vigilano perché nessun esame abbia mai il potere sfrontato di vedere e mostrare quanto vale il pezzo di carta chiamato laurea”.

Così, quella che era partita come una sostanziale rivoluzione delle abitudini culturali e di selezione del nostro Paese, al primo vaglio si sgonfia. Dell’abolizione del valore legale resta un impegno generico, quello preso da Monti, ad un dibattito pubblico sul tema. Viste le premesse  (il presidente del Consiglio parte da una citazione di Luigi Einaudi), la sensazione che la rivoluzione possa perdersi sotto la sabbia è più che concreta.

Monti, nell’annunciare il dietrofront, ha sottolineato come la questione del valore legale del titolo di studio ”sia un problema annoso per gli italiani. E’ un tema discusso dai tempi di Einaudi – ha osservato – che nel 1947 pubblicò uno scritto dal titolo ‘la vanita’ dei titoli di studiò e poi, nel 1955, un altro dal titolo ‘per l’abolizione del valore legale del titolo di studio”’.

Monti ha sottolineato quindi che si tratta ”di un dibattito sempre ravvivato” nel tempo e che il governo ha voluto ”affrontare con l’animo sgombro da ideologie”. Ciononostante, vista la “delicatezza dell’argomento”, il tema è stato posto al di fuori del decreto per le semplificazioni.

Cosa rimane allora nel decreto? Qualcosa di diverso, in termini di lauree e concorsi c’è. Il peso del voto di laurea, ad esempio perde peso. Fino ad oggi, infatti, per accedere ad alcuni concorsi bisognava avere una valutazione minima. Oggi almeno il voto finisce per contare meno. In attesa che dal “dibattito pubblico” esca qualcosa di definito e definitivo sul valore legale della laurea.