Lega, strategia della goccia a “bucare” l’italiano. Zaia: “E’ l’ora delle fiction in dialetto, o almeno con i sotto titoli. Ai dialetti anche un canale radio”

Pubblicato il 11 agosto 2009 16:41 | Ultimo aggiornamento: 11 agosto 2009 16:47
RO050509POL_0007

Luca Zaia

Adesso siamo alle comiche, ma non sono quelle finali, siamo invece solo all’inizio. Con la tattica della goccia la Lega insiste per la “secessione” dalla lingua italiana e, goccia dopo goccia, prima o poi scaverà, qualcosa otterrà. In Rai, nella Rai che c’è, di sicuro, c’è da scommetterci. L’ultima goccia è stata distillata e fatta scendere, colare gelida sulla schiena della “parlata tricolore” da Luca Zaia che, oltre che leghista, sarebbe anche ministro. Cosa ha pensato Zaia? Che ci sono le fiction. Tante fiction, ciascuna ambientata in qualche luogo di quella «espressione geografica» che è l’Italia secondo la storiografia leghista che, a leggere la Padania, considera letteralmente l’unità del paese «un atto contro natura e storia».

Tante fiction e quindi… Quindi “Capri” potrebbe andare in onda in napoletano, il “Commissario Montalbano” in siciliano, “Cuori rubati” in piemontese, “Un caso di coscienza” in friulano e via così… In mancanza di attori (e doppiatori?) dotati della sufficiente conoscenza e pratica dei dialetti, a meno che non si stabilisca che in napoletano può recitare solo un napoletano, in milanese solo un milanese…, Zaia offre un’altra brillante soluzione: i sottotitoli in dialetto. Questo per la tv, quanto alla radio Zaia propone, anzi chiede un canale tutto in dialetto, anzi in dialetti, «nella più rigorosa par condicio». Un’ora di sardo, poi una di emiliano, poi una di romanesco…

Tutti ridono o sorridono all’idea di trovare autori, attori e cantanti, non dimentichiamo la proposta di una serata in dialetto a Sanremo. Tutti osservano che sempre meno italiani parlano in dialetto e che sempre meno italiani il dialetto lo conoscono e lo capiscono. Ma in realtà c’è poco da ridere o sorridere e poco da obiettare. Per la Lega la lingua italiana è un simbolo, un simbolo ostile. Alla “provocazione” si risponderà spiegando che sì, insomma, proprio in dialetto non si può fare… Però una trasmissione qua e là, una canzone qua e là… Questo si può, questo si deve a chi tiene in piedi il governo.

D’altra parte non è una novità: tutte le culture e i regimi “autoctoni” da sempre nella storia hanno provato a inventarsi una loro lingua, a purificare quella parlata dalla influenza straniera. E poi sarà una vera e concreta risposta alla crisi occupazionale: ci vorranno centinaia di migliaia di interpreti per ogni scambio economico o sociale tra (ex?) italiani. Saranno utilizzati anche nonni e bisnonni, tra loro infatti è alta la percentuale di chi parla in dialetto.