Legge bavaglio, onore al dissenso. I dubbi di Zaccaria nel 2006

Pubblicato il 19 Giugno 2010 13:16 | Ultimo aggiornamento: 19 Giugno 2010 13:27

Nel coro di voci entusiaste per l’approvazione alla Camera della prima edizione della legge bavaglio, nel 2006, una nota di dissenso fu quella di Roberto Zaccaria, deputato, allora e oggi, del pd, giurista, costituzionalista, ex presidente della Rai.

Roberto Zaccaria

ROBERTO ZACCARIA. Si pone quindi, a questo punto, un problema interpretativo non trascurabile. Si tratta di vedere quale sia il significato di questa pubblicazione nel contenuto. Il dubbio nasce perché, a differenza di oggi, si vieta anche la pubblicazione per riassunto. Delle due l’una: o si ritiene che l’atto di indagine non segreto è pubblicabile nel contenuto, facendo leva al contrario sul primo comma, che per gli atti di indagine segreti vieta la pubblicazione anche del contenuto (ed allora bisogna capire quale sia la differenza tra riassunto vietato e contenuto pubblicabile), oppure si ritiene che dell’atto di indagine non più segreto sia vietato divulgare anche il contenuto (ed allora per tutta la durata dell’indagine dell’udienza non dovrebbe filtrare alcuna informazione).
Come si vede, è veramente difficile trovare una strada lineare di interpretazione su questo punto.
Esiste poi il problema delle intercettazioni di cui sarebbe vietata la pubblicazione anche del contenuto (comma 2-bis). In pratica, di esse la stampa dovrebbe disinteressarsi sino a quando non si transiti alla fase del dibattimento. Questa situazione mi pare sinceramente perentoria, forse in maniera eccessiva. Naturalmente, lo affermo da un’ottica molto particolare, nel presupposto che quanto da me appena rilevato sia fondato.
Ad eccezione di alcune incongruenze tecniche, ciò che non convince nella versione interpolata dell’articolo 114 è la scelta di mantenere limiti alla pubblicità degli atti di indagine non più segreti fino alla conclusione dell’udienza preliminare e, se si procede al dibattimento, degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero fino alla conclusione della giudizio di appello. Con i tempi «geologici» della nostra giustizia (almeno quelli attuali), una soluzione del genere comporterebbe un pregiudizio grave per il diritto di cronaca (articolo 21 della Costituzione) e, di conseguenza, per il diritto della collettività, ad esso correlato, di controllare come viene amministrata la giustizia in suo nome (articolo 101 della Costituzione), a meno di non volersi accontentare dell’informazione svogliata e dell’attenzione distratta che si riservano dopo anni ad una vicenda divenuta ormai inattuale.
Pur dopo le modifiche realizzate, quindi, continuerebbe a sussistere – così a me pare – la precedente filosofia di fondo dell’articolo 114, imperniata sulla sfuggente distinzione tra la divulgazione dell’atto di indagine, non più segreto, e quella del suo contenuto, sempre consentita. Con un simile espediente normativo si vorrebbe proteggere il giudice del dibattimento dalle possibili contaminazioni cognitive derivanti dalla pubblicazione dell’atto di indagine. Ma è un sacrificio del diritto di cronaca cui non corrisponde la tutela di un altrettanto, rilevante interesse, anche perché tali contaminazioni appaiono improbabili per la via extraprocessuale dei mass media mentre sono probabili e non evitabili per altre vie endoprocessuali.
Da un lato, infatti, è difficile immaginare il condizionamento che sarebbe esercitato dalla pubblicazione di atti investigativi Pag. 69 nei confronti del futuro giudice, fisicamente non ancora individuabile in una fase del tutto eventuale; dall’altro, oggi, il giudice del dibattimento ha più di un’occasione di conoscenza processuale degli atti di indagine. Si pensi alle controversie sulla formazione dei fascicoli, al controllo sulla legittimità del pregresso di diniego di un rito speciale, alla prova negoziata soltanto tra alcune delle parti del processo, alle decisioni de libertate, eccetera.
Quella del divieto di pubblicare atti non più segreti appare ormai un’inutile barriera di cartapesta, più adatta ad essere spostata alla bisogna giocando sull’incerta distinzione tra atto e contenuto dell’atto, che non a difendere davvero la formazione del convincimento giudiziale. Forse, un’altra strada su questo punto specifico era possibile: vietare la pubblicazione di notizie relative ad un procedimento penale quando siano coperte dal segreto a tutela delle indagini ovvero quando siano processualmente rilevanti a tutela della riservatezza. In un settore delicatissimo come quello del diritto di cronaca sarebbero spazzate via tutte quelle zone grigie di semisegretezza in cui prosperano l’arbitrio e le connivenze.
Quest’opera di bonifica dell’articolo 114 del codice di procedura penale avrebbe potuto compiersi facendo in modo, da un lato, che la frontiera del divieto di pubblicazione – una volta arretrata – fosse meglio presidiata e più credibile con una severa ed effettiva tutela penale; dall’altro, che ogni giornalista avesse sempre libero accesso al materiale processualmente rilevante e non più segreto.
Questo è in linea, oltretutto, con i principi 4 e 5 enunciati dalla raccomandazione del Consiglio d’Europa del 10 luglio 2003, avente per titolo «Principi relativi alle informazioni fornite attraverso i mezzi di comunicazione». Tutto ciò anche per evitare quell’opaco reticolo di collegamenti e di compiacenze tra operatori della giustizia ed operatori dell’informazione, che tradisce l’alto significato istituzionale del giornalismo giudiziario, lasciando nelle mani del controllato la gestione delle notizie. In base a queste ultime, la collettività può esercitare il suo controllo. Insomma, ciò che avrebbe dovuto restare segreto lo sarebbe stato davvero per il tempo strettamente necessario e ciò che è conoscibile lo sarebbe stato per tutti in modo trasparente.
Alcune delle considerazioni da me svolte sono contenute nel parere della VII Commissione. Forse, sarebbe stato bene tenerlo in maggiore considerazione. Grazie.

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