Legittimo impedimento, via libera dalla Camera

Pubblicato il 3 Febbraio 2010 18:07 | Ultimo aggiornamento: 3 Febbraio 2010 21:02

Via libera della Camera dei deputati al disegno di legge sul legittimo impedimento. Il testo ora passa al Senato.

In una Camera quasi al completo – 595 i deputati presenti – a favore hanno votato 316 deputati, mentre i no sono stati 239 e 40 gli astenuti. L’Udc aveva annunciato l’astensione. Voti contrari sono arrivati da Pd, Idv e Radicali.

La seduta è stata infuocata. Tra accuse reciproche, urla e cartelloni. Al momento del risultato finale, scoppia la bagarre con tanto di lancio di palline di carta tra i deputati della maggioranza e l’Italia dei valori. Quando il cartellone elettronico dei voti mostra che il provvedimento è passato, dai banchi dei deputati dipietristi vengono sventolati cartelli con su scritto: «Costituzione violata, giustizia calpestata», «leggina monouso», «casta di intoccabili». Il presidente di turno, Antonio Leone, fa intervenire i commessi, ma a quel punto la situazione sembra sfuggire di mano.

Il provvedimento stabilisce che il premier può ottenere il rinvio dell’udienza dei processi in cui è imputato, perché «legittimamente impedito» dalle sue attività di governo a comparire in tribunale. Ogni rinvio può estendersi fino a 6 mesi, per un totale di 18 mesi. È sufficiente che la presidenza del Consiglio attesti l’esistenza di questo impedimento, perché il giudice rinvii il processo ad altra udienza. Queste norme sono estese anche ai ministri. Pdl e Udc, i due partiti che l’hanno proposta, hanno detto che si tratta di una “legge ponte”, – scade dopo 18 mesi dall’entrata in vigore – che serve a placare le tensioni tra presidente del Consiglio e magistratura nell’attesa che il Parlamento approvi una legge costituzionale sulle immunità. Per l’opposizione di centrosinistra si tratta dell’ennesima legge ad personam.

Opposizione. In Aula durissimo l’intervento di Antonio Di Pietro. «Solo in un Paese barbaro e dittatoriale si può immaginare che un presidente del Consiglio si faccia fare una legge apposita per non farsi processare», ha detto il leader dell’IdV. Il premier, ha insistito, si è fatto fare «decine e decine di leggi alla bisogna, aggirando la Costituzione e la buona fede degli elettori».

Pier Luigi Bersani si scaglia duramente contro il provvedimento. «Cosa vuol dire discutere di salva processi e legge salva pentiti? E lodo Alfano uno e due? La gente capisce l’essenziale. Sono tutte cose complicate ma in comune hanno una cosa semplice: c’è di mezzo Berlusconi, un presidente del Consiglio che non vuole farsi giudicare, e tiene fermo, incagliato, su questo punto l’Italia» afferma il segretario del Pd.

«È ora che prendiate atto che grande parte del Paese che governate non è disposta a chiamare riforme delle norme che cambiano le regole in corso d’opera, a processi in corso. Norme che non hanno astrattezza, se non in modo ipocrita, e che ignorano il principio di uguaglianza», ha aggiunto Bersani. «Il presidente del Consiglio, a questo punto della sua quindicennale carriera politica – ha sottolineato il leader del Pd rivolgendosi alla maggioranza -, potrebbe compiere un gesto di responsabilità, mettendo al primo posto l’Italia. Sentiremo la solita musica: ‘Abbiamo il consenso, fateci governare…’. Ma chi vi ha impedito di governare?».

«Una cosa è il legittimo impedimento perché ti sei rotto una gamba e sei in ospedale, un’altra è dire “faccio il ministro e il lavoro mi blocca”. Prenditi un sabato mattina per andare in tribunale, invece di andare a sciare o andare con la Noemi di turno» è l’affondo di Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, che ha ribadito così il suo “no” al provvedimento. «Oggi è in corso un omicidio della legalità – spiega – Alcune persone hanno occupato le istituzioni e seguendo un modello piduista le stanno trasformando in loro dipendenze» ha aggiunto l’ex pm. «Solo in un Paese barbaro e dittatoriale si può immaginare che un presidente del Consiglio si faccia fare una legge apposita per non farsi processare».

Maggioranza. Diversi ovviamente i toni della maggioranza. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha dichiarato: «Sono convinto che il legittimo impedimento altro non sia che il diritto a governare da parte di chi ha vinto le elezioni partendo non da un privilegio ma da un legittimo diritto a sottoporsi al processo senza che questo gli impedisca di governare».

«E’ una strada – ha aggiunto Alfano – che consente di coniugare il diritto del cittadino presidente del consiglio a difendersi nel processo con il dovere del presidente del consiglio ad adempiere al proprio mandato di governo che gli è stato conferito dal voto degli elettori».

Il capogruppo leghista Roberto Cota ha dichiarato che «questa legge in un Paese normale sarebbe stata votata in cinque minuti, serve a garantire che il governo possa occuparsi, nello svolgimento del suo mandato, dei problemi del Paese. Serve a garantire il principio sacrosanto della sovranità popolare».

«Il legittimo impedimento va inserito in una vicenda politica e storica più generale che si dipana da molti anni a questa parte – dichiara Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera – Essa è cominciata negli anni settanta. È poi esplosa negli anni ’92-’94 e non si è più smorzata, malgrado alcuni sforzi generosi. Questa questione si chiama uso politico della giustizia. Un settore della magistratura, un settore della sinistra, un settore dei media pensano di avere un’arma in più per liquidare l’avversario politico, nel nostro caso dal 1994 in poi Silvio Berlusconi, mai prima toccato da vicende giudiziarie significative».

«L’introduzione dell’istituto del legittimo impedimento – dice ancora Cicchitto – mira a superare il conflitto tra la tutela dell’organizzazione e dell’esercizio dell’attività del presidente del Consiglio e dei membri del Governo, – espressione, di una maggioranza legittimata dall’indicazione popolare attraverso il voto, – e l’attività giurisdizionale diretta ad accertare la responsabilità delle stesse cariche istituzionali per eventuali reati».