Licenziamento discriminatorio? Lo dimostra il giudice, non il lavoratore

Pubblicato il 30 Marzo 2012 9:37 | Ultimo aggiornamento: 30 Marzo 2012 9:37

Elsa Fornero (Lapresse)

ROMA – Se il lavoratore è stato licenziato per motivi economici, secondo la riforma del lavoro del governo Monti ha diritto al solo indennizzo, mai al reintegro, in caso fosse mandato via ingiustamente. Ma se il licenziamernto fosse in realtà discrimonatorio, secondo la proposta Fornero, a dimostrarlo dovrebbe essere il lavoratore. Ora però qualcosa potrebbe cambiare. I tecnici del ministero del Welfare, insieme a quelli del Ministero della Giustizia, stanno lavorando ad alcune modifiche. Il lavoratore, quindi, potrebbe essere liberato dell’onere di cercare prove per dimostrare che il suo non era un licenziamento economico, ma discriminatorio. Al suo posto sarebbe il giudice a valutare e decidere.  Questa modifica andrebbe incontro alle richieste del Pd. In alternativa a questa misura il governo potrebbe decidere di applicare l’articolo 18 solo ai nuovi contratti.

Una concessione al Pd che potrebbe essere seguita da un’altra al Pdl. La flessibilità in uscita è stata accompagnata, nel progetto del governo, da una maggiore regolamentazione in entrata. In pratica: qualche paletto in meno per i licenziamenti, qualche paletto in più per tutelare i lavoratori appena entrati, spesso con contratti precari. La concessione che piacerebbe al Pdl (e agli imprenditori) riguarda quell’aliquota all’1,4% che rende il lavoro precario un pochino meno conveniente. Peccato che se nella bozza iniziale si parlava anche di un livello minimo salariale per i precari, ora quel livello non c’è più. La conseguenza più logica è che il datore di lavoro, che dovrà pagare più in tasse, scaricherà questo costo sulla busta paga del lavoratore.