M5S, forni chiusi. Di Maio: se col 33% un governo non fai tanto bravo non sei

di Lucio Fero
Pubblicato il 2 maggio 2018 9:55 | Ultimo aggiornamento: 2 maggio 2018 9:57
M5S, forni chiusi. Di Maio: se col 33% un governo non fai tanto bravo non sei

M5S, forni chiusi. Di Maio: se col 33% un governo non fai tanto bravo non sei

ROMA – M5S, forni chiusi. Era stato Luigi Di Maio a rendere esplicita la tattica e a rispolverare la formula verbale dei due forni. Insomma M5S andava a cuocere il pane governo o presso il forno Salvini se questo mollava Berlusconi o presso il forno Pd se questi faceva atto di contrizione. Due forni, l’uno o l’altro dovevano portare a cottura il pane governo. Governo che senza M5S non si poteva fare e con un solo presidente del Consiglio possibile: lui stesso. In nome, ovviamente degli 11 milioni di voti raccolti, del quasi 33 per cento ottenuto il 4 di marzo.

Questi sono stati per due mesi la tattica, il ragionamento, la politica, l’azione e la comunicazione di Luigi Di Maio. Ora i due forni sono chiusi, Chiusi per M5S. Chiuso il forno Salvini che sempre più intravede la possibilità di mettere a cottura, infornare appunto un pane governo tutto suo e non su ordinazione M5S. Chiuso il forno Pd nonostante un’intera nomenklatura Pd fosse pronta a vestirsi da garzone e bike rider M5S.

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Forni chiusi e quindi Di Maio chiede elezioni, elezioni bis al più presto. Al più presto vuol dire minimo in autunno e se saranno elezioni in autunno dio solo se come andranno. Quasi tutti si dicono certi di saperlo, di certo qualcuno si illude alla grossa. Elezioni bis tra sei mesi potrebbero dare ad una lista unica della Destra Centro guidata da Salvini la maggioranza dei seggi parlamentari con un 39/40 per cento di voti ottenuti. Oppure potrebbero far lievitare M5S dal quasi 33 per cento fino a…40 per cento anche qui? Tutti dicono ballottaggio di fatto tra i due, ma proprio sicuri? Nessuno ha mai sperimentato nella storia italiana l’effetto di elezioni ravvicinate in tempi di grandissima mobilità elettorale.

Una cosa però è sperimentata, abbondantemente sperimentata e documentata nella politica contemporanea su questo pianeta, in questo secolo e in quello passato. E’ la circostanza, praticamente la regola secondo la quale se hai il 33 per cento dei voti, se ti vota il 33 per cento degli elettori, tu di sicuro un governo lo fai.

Col 33 per cento dei voti si sono fatti e si fanno governi in Spagna, Portogallo, Francia, Germania. Gran Bretagna. Ovunque. Perché, qualunque sia la legge elettorale e qualunque sia la geografia dei partiti, se non ce la fai a fare un governo avendo il 33 per cento dei voti, che bisogna darti per farlo, il 45, il 50 per cento? Percentuali che ovviamente nessun partito raggiunge mai da solo in elezioni contemporanee (a meno che non sia Putin o Erdogan, ma è difficile chiamare elezioni quelle in Russia, Turchia, Egitto…).

Col 33 per cento se un governo non lo fai, tanto bravo non sei. I forni li ha chiusi lui, Di Maio. Non gli sono chiusi addosso. Li ha chiusi lui perché non ha saputo impastar pagnotte.

Voleva Di Maio davvero il governo con la Lega, tenendo fuori Berlusconi? Avesse saputo far da fornaio avrebbe messo in pasta la presidenza del Consiglio non a se stesso ma a Salvini. Legittimando così in cambio un oscuramento più o meno totale di Berlusconi. E rendendolo possibile perché Forza Italia non si sarebbe potuta negare in toto in Parlamento ad un governo Salvini.

Voleva Di Maio davvero un governo con il Pd? Avesse saputo infornare poteva ad esempio dire che un governo così la legge Fornero non la cancellava, una forma di jus soli la studiava e quindi avrebbe infarinato Renzi e il suo no. Invece Di Maio ha sostanzialmente proposto al Pd di scusarsi di esistere (il fatto che poi lo scusarsi di esistere in quanto Pd sia la politica della nomenklatura Pd è storia interessante ma altra anche se contigua storia).

Se col 33 per cento un governo non lo fai, tanto bravo non sei. A fare quello che vuoi fare: un governo, la politica. Non è un misfatto, mica bisogna essere bravi per forza. Ma tra le forze incognite e imponderabili della crisi politica italiana va messo anche il dato di fatto che il candidato premier M5S, votato da 11 milioni di italiani, tanto bravo a costruir politica e governi non è. Col 33 per cento non riuscire a fare un governo è per un candidato premier un litigare con la politica, come quando si dice, per capirci, che un calciatore in campo litiga col pallone.

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