Mafia Capitale, Salvatore Buzzi poco credibile per la Procura di Roma

di Redazione Blitz
Pubblicato il 7 agosto 2015 9:43 | Ultimo aggiornamento: 7 agosto 2015 9:43
Salvatore Buzzi

Salvatore Buzzi

ROMA – Le dichiarazioni di Salvatore Buzzi sono “scarsamente credibili”. Questa la posizione della Procura di Roma dopo i primi interrogatori e le prime dichiarazioni di Salvatore Buzzi, accusato di associazione mafiosa e di essere il vertice di Mafia Capitale insieme all’ex estremista dei Nar Massimo Carminati. Quella di Buzzi viene definita una strategia al ribasso che mira a patteggiare sul versamento dei soldi e far cadere i reati di mafia. I verbali degli interrogatori:

Stipendi ai capi rom
Un altro episodio riguarda «il campo nomadi di Castel Romano». Dichiara Buzzi: «La vicenda nasce nel 2005, sotto l’amministrazione Veltroni e viene gestita da Luca Odevaine. Occorreva spostare il campo nomadi ma i rappresentanti delle tribù nomadi – tale Meo e Carlo Kammis – non volevano, in ragione del fatto che dove si trovavano erano più prossimi ai luoghi dove volevano stare. Il Comune, attraverso Odevaine, chiude un accordo con costoro, in forza del quale si sarebbero trasferiti, con il pagamento di 15 mila euro al mese per lavori inesistenti. I pagamenti venivano fatti dalle nostre cooperative che subappaltavano lavori fittizi. La nuova amministrazione comunale affidò tali lavori direttamente senza passare da noi».
Alemanno e Carminati
I magistrati chiedono dei rapporti con Alemanno e Carminati. Buzzi minimizza e alla fine dell’interrogatorio il procuratore aggiunto Michele Prestipino e il sostituto Paolo Ielo – titolari dell’inchiesta con i colleghi Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli – formalizzano la contestazione di «scarsa credibilità delle dichiarazioni su 5 punti». Il primo riguarda l’ex sindaco «perché non è plausibile – tenuto conto dei rapporti tra i due, delle erogazioni di utilità economiche verso Alemanno attraverso la sua fondazione, degli interventi di Alemanno a favore del gruppo di Buzzi, della eterogeneità tra la loro estrazione politica – che non vi fosse tra i due una esplicitazione dell’accordo corruttivo, tanto più che in alcune conversazioni lo stesso Buzzi allude alla sua capacità corruttiva verso Alemanno». Il secondo si riferisce ai rapporti con Carminati e «contrasta con il contenuto delle conversazioni captate che delineano un intervento di quest’ultimo a spettro ampio a favore di Buzzi, soprattutto in un settore, come quello di Ama». Bugie anche su Riccardo Mancini sia per aver «negato le minacce affinché non facesse rivelazioni sull’inchiesta, che invece emergono palesemente nelle conversazioni intercettate, sia riguardo al ruolo di questi nell’ente Eur». Infine l’aver negato «rapporti con le realtà criminali calabresi», che invece sono documentati.
La difesa: Buzzi dice la verità»
Non arretra l’avvocato Alessandro Diddi: «I magistrati tornano sui loro cavalli di battaglia che sono Alemanno e Carminati, unico elemento che consente all’accusa di sostenere la mafiosità. Se dopo quattro interrogatori in cui si è assunto anche responsabilità di cui non si sapeva, Buzzi non ha detto cose contro Alemanno – nonostante il grande interesse della procura – è segno che dice la verità».Stipendi ai capi rom
Un altro episodio riguarda «il campo nomadi di Castel Romano». Dichiara Buzzi: «La vicenda nasce nel 2005, sotto l’amministrazione Veltroni e viene gestita da Luca Odevaine. Occorreva spostare il campo nomadi ma i rappresentanti delle tribù nomadi – tale Meo e Carlo Kammis – non volevano, in ragione del fatto che dove si trovavano erano più prossimi ai luoghi dove volevano stare. Il Comune, attraverso Odevaine, chiude un accordo con costoro, in forza del quale si sarebbero trasferiti, con il pagamento di 15 mila euro al mese per lavori inesistenti. I pagamenti venivano fatti dalle nostre cooperative che subappaltavano lavori fittizi. La nuova amministrazione comunale affidò tali lavori direttamente senza passare da noi».
Alemanno e Carminati
I magistrati chiedono dei rapporti con Alemanno e Carminati. Buzzi minimizza e alla fine dell’interrogatorio il procuratore aggiunto Michele Prestipino e il sostituto Paolo Ielo – titolari dell’inchiesta con i colleghi Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli – formalizzano la contestazione di «scarsa credibilità delle dichiarazioni su 5 punti». Il primo riguarda l’ex sindaco «perché non è plausibile – tenuto conto dei rapporti tra i due, delle erogazioni di utilità economiche verso Alemanno attraverso la sua fondazione, degli interventi di Alemanno a favore del gruppo di Buzzi, della eterogeneità tra la loro estrazione politica – che non vi fosse tra i due una esplicitazione dell’accordo corruttivo, tanto più che in alcune conversazioni lo stesso Buzzi allude alla sua capacità corruttiva verso Alemanno». Il secondo si riferisce ai rapporti con Carminati e «contrasta con il contenuto delle conversazioni captate che delineano un intervento di quest’ultimo a spettro ampio a favore di Buzzi, soprattutto in un settore, come quello di Ama». Bugie anche su Riccardo Mancini sia per aver «negato le minacce affinché non facesse rivelazioni sull’inchiesta, che invece emergono palesemente nelle conversazioni intercettate, sia riguardo al ruolo di questi nell’ente Eur». Infine l’aver negato «rapporti con le realtà criminali calabresi», che invece sono documentati.
La difesa: Buzzi dice la verità»
Non arretra l’avvocato Alessandro Diddi: «I magistrati tornano sui loro cavalli di battaglia che sono Alemanno e Carminati, unico elemento che consente all’accusa di sostenere la mafiosità. Se dopo quattro interrogatori in cui si è assunto anche responsabilità di cui non si sapeva, Buzzi non ha detto cose contro Alemanno – nonostante il grande interesse della procura – è segno che dice la verità».